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Sfida cruciale

Sfida cruciale

1972. Al cinema Hafnarbíó – ricavato da un vecchio capannone militare risalente alla Seconda Guerra mondiale – si è appena concluso lo spettacolo del pomeriggio. Oggi danno La notte dell’agguato, un western con Gregory Peck. Le luci si riaccendono e la maschera nota un ragazzino riverso sul sedile. Addormentato, forse. La maschera lo conosce benissimo, è un habitué del cinema, si siede sempre allo stesso posto, sempre da solo. La maschera si avvicina. Sul pavimento accanto al sedile ci sono un pacchetto di popcorn e una bottiglia, vuoti entrambi. La maschera lo chiama e lo scuote piano per una spalla. Lui non risponde. Solo allora la maschera nota la chiazza di sangue sul pavimento. Il ragazzino è morto: qualcuno lo ha accoltellato. Ma chi può aver fatto una cosa del genere e perché mai? Il ragazzino si chiamava Ragnar Einarsson ed era un solitario un po’ tardo di mente con la passione del cinema: non solo andava a vedere praticamente tutti i film che uscivano, ma ne registrava “dal vivo” il sonoro su una serie di audiocassette che archiviava, custodiva gelosamente e spesso riascoltava. Viene allertata la polizia, e Marion Breim del Dipartimento di Polizia investigativa e il suo collega Albert si precipitano al cinema, che trovano già affollato di agenti delle volanti e di paramedici. Reykjavík, di solito un posto tranquillissimo, in quei giorni pullula di giornalisti stranieri arrivati da ogni parte del mondo per seguire “la sfida del secolo” tra i due famosi scacchisti Bobby Fischer, statunitense, e Boris Spasskij, sovietico. Non si tratta solo di scacchi: la partita è occasione di propaganda politica e probabilmente operazioni di spionaggio. Di tutto ha bisogno la polizia islandese, tranne che di un delitto crudele e inspiegabile…

La splendida saga dedicata ai poliziotti islandesi da Arnaldur Indriðason si arricchisce di un nuovo capitolo. Come già accaduto in passato, i riflettori stavolta non sono accesi su Erlendur Sveinsson, protagonista della maggior parte dei romanzi, ma su un suo collega. Un vero e proprio spin-off, anzi una sorta di prequel, visto che stavolta a condurre le indagini c’è Marion Breim, futura superiore di Erlendur e suo mentore anche quando andrà in pensione, morta in Un grande gelo. Un personaggio tormentato e spigoloso, come tutti gli appassionati della saga sanno benissimo, che qui impariamo a conoscere meglio: figlia di un rampollo di una ricca famiglia (che non l’ha mai riconosciuta) e di una giovane donna di servizio danese morta durante una tempesta quando lei aveva solo tre anni, Marion è cresciuta presso una famiglia di contadini ma quando aveva dieci anni si è ammalata di TBC ed è stata ricoverata in sanatorio a spese della famiglia del padre, che poi l’ha cresciuta tra silenzi e rancori. In uno scenario da Guerra fredda, il plot giallo si dipana con una certa prevedibilità e purtroppo nessun altro fascino che l’ambientazione. L’Islanda degli anni ’70 peraltro è descritta come una remota provincia, Reykjavík come un paesone sonnacchioso in cui le forze dell’ordine sono assolutamente impreparate a gestire complotti e delitti, quindi di adrenalina nemmeno l’odore. Qualche interessante accenno al tema degli scacchi c’è, per fortuna, ma senza esagerare. Una curiosità: il cinema in cui viene commesso il delitto che apre il romanzo viene definito nel giro di due pagine “il più grande” della capitale islandese e “il più piccolo”. Errore di traduzione o epic fail dell’autore?