Sine die

Sine die

Éric ha trascorso la quarantena nel suo appartamento di Parigi, con le due figlie Agate e Suzie e la compagna. Col passare dei giorni, il dilatarsi delle ore, l’espandersi della concezione degli spazi si aggiungono altri personaggi come lo scarafaggio Gregor, o il ragno Lachesis. Éric è uno scrittore e passa le sue giornate completamente sommerso nelle sue riflessioni su cosa significhi questo periodo di confinamento, cerca di leggerne gli effetti: la selvatichezza in appartamento, i peli che crescono, i nuovi lati del suo carattere che emergono. Éric tenta di evadere, di rompere l’isolamento attraverso la scrittura; si immagina cosa facciano, come si abbraccino i popoli che non sono mai entrati in contatto con la modernità; nel piccolo orticello dietro casa, si è armato con le figlie per una battuta di caccia, strisciando sotto l’unico cespuglio, per catturare un pallone bucato; l’orma sconosciuta nel giardino lo porta sull’isola di Robinson Crusoe; il dondolio di Lachesis sulla sua tela lo ipnotizza, lo porta a correre sulla spiaggia, dove non si taglia i piedi sulle conchiglie. Ma inevitabilmente i ricordi di un mondo esterno e reale riaffiorano, tornano alla mente parole di una lingua antica come Bar o spritz, vocaboli insensati nel presente, in cui però Éric trova il suo punto fermo, la certezza cioè che quando il confinamento sarà finito, tutto tornerà come prima: “A piccoli gruppi di qualche decina di individui che formeranno dei clan, vagheremo per le pianure e le tundre, nelle foreste, cacciatori-raccoglitori in cerca di cibo, come se nulla fosse accaduto”...

Inizialmente un articolo al giorno per le prime tre settimane di quarantena per “Le Monde”, poi, con meno frequenza, per il suo blog “L’autofictif”, questo è Sine die, Cronaca del confinamento, di Éric Chevillard. Un libro che permette di rileggere con umorismo questo periodo di confinamento dal quale siamo appena usciti: nel breve spazio di due pagine, la scrittura di Chevillard interrompe il deprimente esercizio che è l’isolamento, per portare il lettore in un viaggio attraverso la propria casa, alla riscoperta di spazi fisici e mentali da tempo dimenticati. Le riflessioni raccolte in questo libro hanno il carattere del saggio strettamente personale, cosa che le rende universali e le allontana da affrettate e approssimative analisi politiche e sociologiche. L’autore, confinato come il lettore, cerca di raccogliere spunti dove è possibile all’interno della sua casa o della sua mente, e passa attraverso le tappe che ciascuno di noi ha attraversato: la noia, l’annullamento degli appuntamenti, la crescita dei peli, la presa di coscienza brutale di un interno e un esterno, l’alternarsi di un io saggio, ascetico a un io scalmanato che vuole impazzire. Cosa significa per il lettore italiano rileggere queste cronache a distanza di qualche mese? Significa innanzitutto divertirsi. Trovare un modo per ridere dell’enormità di tempo passato in casa a guardare il soffitto. Ma significa soprattutto rivedere un periodo singolare della nostra storia recente, grazie a un autore che partendo dai confini della sua casa e sconfinando nell’immaginazione senza freni, ci racconta, per dirla con le parole di Queneau, una storia universale in generale e una storia generale in particolare.



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