Sogni e altiforni

Giovanni, 57 anni, è un ex calciatore che ha avuto un periodo di successo arrivando a militare nella serie maggiore. Partito da Piombino, aveva esordito poco meno che ventenne nella squadra del Trani, città nella quale aveva conosciuto Debora, il suo primo amore. Ma poi l’aveva abbandonata per raggiungere Milano e sfruttare l’occasione di giocare nell’Inter. Debora, Cinzia, Tarik ed altre figure la cui cifra costante è l’abbandono, popolano ora la sua memoria, assieme alle acciaierie abbandonate della sua Piombino, assieme al ricordo di suo padre operaio, assieme a quello degli anni perduti. Ora che è tornato nella sua città così cambiata, rientra nel mondo del calcio, seppur come direttore tecnico di una squadretta delle giovanili. Vagando in una Piombino fatta di mare ed acciaierie in dismissione, Giovanni si produce in un lungo monologo interiore, una sorta di diario nel quale, assieme ai ricordi, giungono inevitabili la nostalgia, la malinconia e forse qualche rimpianto, ma “non potete togliermi il profumo del tempo passato”. Distacchi, perdite ed abbandoni, resi ancor più dolorosi quando a finire è solo la relazione e non l’amore. E Debora? Anche lei non ha mai dimenticato Giovanni e, rimasta a Trani, aveva dovuto impiegare del tempo per convivere col di lui abbandono. E lottare contro se stessa per accettare una relazione con Antonio, un ragazzo bello e per bene, al quale si affeziona e per il quale prova stima e riconoscenza, pur senza amarlo come amava Giovanni. Alla fine aveva sposato Antonio e l’aveva perduto proprio quando aveva cominciato ad amarlo… Ma perché Debora e Giovanni, ormai quasi sessantenni, stanno stilando, ciascuno per proprio conto, un resoconto dei propri percorsi dal loro primo incontro in poi?

C’è molta desolazione impregnata di sentimenti struggenti accompagnati da pacata rassegnazione nelle belle pagine di Gordiano Lupi e Cristina de Vita, pagine che costituiscono il seguito di Calcio e acciaio (https://www.mangialibri.com/libri/calcio-e-acciaio). Due monologhi che inducono a riflessioni esistenziali assieme all’osservazione del tempo che passa, dei mutamenti della società e del mondo. Un tono che profonde amarezza accompagnata da lirismo e visioni poetiche quello di Giovanni; un tono più concreto e lineare quello di Debora, dovuto forse ad una maggior innocenza del personaggio. In entrambi i casi, qualche piccola escursione nell’ironia, per quanto amara, non avrebbe guastato; così come non avrebbe guastato una sforbiciatina di quindici pagine nel monologo di lui ma, per fortuna, è proprio quando la sua cronaca interiore indulge un po’ ripetitivamente nella rievocazione dei tempi andati, che giunge salvifica la narrazione di Debora che conferisce un tono più pragmatico al racconto. Nella sua totalità Sogni e altiforni costituisce anche una sorta di romanzo generazionale con le tante citazioni di film, canzoni, personaggi ed abitudini passate, che troverà sicuramente complicità in chi ha avuto modo di osservare che l’affondo sull’acceleratore dei mutamenti ha avuto effetti esponenziali sulla perdita di memoria della società. E allora, per quanto struggente sia, c’è un delicato conforto nel cercare di convivere “con” i ricordi senza finire a vivere “di” ricordi.

 


 

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