Soldato d’inverno

Soldato d’inverno

Ungheria settentrionale, febbraio. Il treno si ferma davanti alla stazione nella pianura deserta, cinque ore a est di Debrecen. Lucius raccoglie la borsa, il pastrano, la sciabola e scende dal treno. Nell’ufficio della stazione lo aspettano un ussaro muto e due cavalli infreddoliti. La divisa del soldato è consumata e molto diversa da quelle indossate dai reggimenti in parata di Vienna. Lucius ha una mano rotta che può usare solo per accarezzare il cavallo recalcitrante. L’ussaro cala una maschera di cuoio sul viso e si avvia senza una parola all’esterno. Si dirigono al trotto verso nord; gli zoccoli dei cavalli rintoccano sulla terra gelata e in lontananza si ergono le montagne, cinte di tempesta. In quel paesaggio selvatico, da qualche parte, è situata Lemnowice, l’ospedale di reggimento della Terza armata nel quale Lucius dovrà prestare servizio. L’impero austro-ungarico è in guerra con la Russia e al fronte hanno richiamato tutti chiunque possa essere d’aiuto, compresi i veterinari e i laureandi in medicina, come lo stesso Lucius. Ventidue anni, un carattere irrequieto e un disprezzo per le gerarchie. L’oscura vocazione di Lucius per la medicina si era alimentata fin troppo di biblioteche e solitudine monastica; quand’era stata dichiarata guerra, spronato dall’amico di università Feuermann, aveva presto accettato l’offerta dell’impero: una laurea d’ufficio e la possibilità di sporcarsi le mani sui corpi lacerati e sanguinanti dei soldati, mandati a morire a frotte nel fango delle trincee...

Soldato d’inverno è il terzo romanzo di Daniel Mason pubblicato in Italia dopo L’accordatore (Mondadori 2003 e successivamente Ponte Alle Grazie 2007) e Un paese lontano (Mondadori, 2007). Si tratta di un libro in cui la Storia, con i suoi rivolgimenti inaspettati e il crollo di certezze ataviche, è co-protagonista attiva. Ci troviamo nella Vienna asburgica, al tramonto di un impero potente e ramificato, ma ormai esausto, anche se ubriaco della certezza di potere tornare ai fasti del passato. Quando viene dichiarata guerra in seguito all’assassinio dell’Arciduca Ferdinando per mano di Gavrilo Princip a Sarajevo, l’imperatore Francesco Giuseppe I mobilita milioni di uomini e li spedisce lungo i fronti europei e dentro le trincee. È la prima volta nella storia che l’essere umano è testimone di carneficine tanto cruente, ed è proprio sulla descrizione di arti amputati, emorragie cerebrali e disturbi post traumatici che la penna di Mason si concentra. Attraverso gli occhi di Lucius possiamo assistere all’orrore delle retrovie del fronte russo, laddove ogni notte venivano trasferiti i militari feriti, agonizzanti o morti. Di questa umanità mutilata diventa simbolo Horvàt, un soldato ungherese che per primo mostra i sintomi dello shock da combattimento e che Lucius con il suo acume da studioso e Margarete, l’empatica e brusca infermiera dell’ospedale di Lemnowice, tentano in ogni modo di salvare. Soldato d’inverno ci insegna che anche nella tragedia viene spesso piantato il seme della speranza.



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