Soldi bruciati

Soldi bruciati

Buenos Aires 1965. In quella calma luminosa che è la quiete prima della tempesta un sanguinario gruppo di gangster sta preparando il colpo della vita: una rapina a un furgone portavalori in cui ci sono cinque milioni di dollari. Il Cuervo Mereles, il Gaucho Dorda, il Nene Brignone e il loro capo Malito hanno studiato la cosa nei minimi dettagli. Sono nervosi, sospettosi e superstiziosi come i veri criminali. Hanno tutti un passato terribile tra carceri e ospedali psichiatrici e sono disposti a qualsiasi cosa pur di non ripetere l’esperienza. Dopo la rapina, i malviventi scappano da Buenos Aires e si rifugiano oltre il confine con l’Uruguay, a Montevideo. Qui attendono che le acque si calmino per poi proseguire la loro fuga con il denaro, ma a causa di un’imprudenza vengono notati e segnalati alla polizia. Alle autorità di Montevideo si aggiunge anche il losco commissario Silva, l’incaricato delle indagini a Buenos Aires, e congiuntamente preparano un’imboscata ai rapinatori in un appartamento del centro. Se i rapinatori sono profondamente determinati a vendere cara la pelle, il commissario Silva è altrettanto motivato a far sì che nessuno esca vivo da quell’appartamento, nel quale però non è reperibile il capo della banda, Malito. Quella notte, su quella strada c’è anche il cronista di «El Mundo»​ Emilio Renzi, che cerca di mettere in difficoltà Silva con le sue domande. Sono queste le premesse che danno vita a un assedio disperato e sanguinoso che durerà più di quindici ore e non si risolverà senza la morte di molti poliziotti...

In ​Soldi bruciati Piglia ricostruisce in maniera fedele una vicenda realmente accaduta nel settembre del 1965 che riempì le pagine di cronaca nera del tempo. Nell’epilogo al romanzo l’autore non manca di citare le sue fonti e di spiegare le volute omissioni; racconta di come si interessò alla vicenda e di come solo dopo più di trent’anni dall’inizio delle sue ricerche decise di portare a termine il libro, distanza che gli permise di rimettere a fuoco la vicenda «come se si trattasse di un sogno». Il susseguirsi delle scene tra la rapina, il resoconto dei testimoni oculari, la presentazione dei personaggi, hanno qualcosa del montaggio cinematografico che si serve di piccoli flashback per delineare la psicologia dei protagonisti, la loro perfidia, codardia o follia e costruire un quadro della situazione presente. A stabilire una continuità con tutti gli altri romanzi di Ricardo Piglia c’è Emilio Renzi, alter ego incessante dell’autore. Ma Piglia è molto abile nel fissare una netta divisione fra sé e Renzi. Infatti mentre l’autore del libro indaga sui personaggi e su quelle che furono le incredibili ore di assedio dei banditi, il suo alter ego cerca di colmare i numerosi vuoti della vicenda con le sue domande, le quali rimangono immancabilmente senza risposta: che fine ha fatto Malito, perché il commissario Silva è così interessato a non far uscire nessuno vivo da quell’appartamento? Nel complesso il libro è una testimonianza della particolare abilità narrativa di Piglia, il quale dà prova di saper creare atmosfere ampiamente sfaccettate e dare vita a personaggi ben definiti, di originare ambiguità a partire da fatti certi che lasciano però il posto a una realtà che in definitiva non è possibile ricostruire, indipendentemente dal punto di vista dalla quale si osserva.



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