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Solitude Creek

Solitude Creek

Un uomo ruba un camion, lo piazza davanti alle uscite di sicurezza di un locale molto frequentato di Monterey, cittadina della California centrale, poi blocca le altre porte e riempie il piccolo locale di fumo. A quell’ora e in quel giorno preciso il locale ‒ che prende il nome dal corso d’acqua che lo costeggia, il Solitude Creek ‒ è affollato e quando la gente vede il fumo e inizia a respirare con difficoltà si scatena il panico più feroce. Calca, corpi calpestati, panico per le uscite bloccate e morti. Vittime innocenti della follia e del piano criminale di un uomo che a debita distanza si gode il disastro a cui ha dato vita appagandosi della propria capacità di distruzione. Il giorno dopo il terribile incidente gli inquirenti e le forze dell’ordine di Monterey hanno più di una gatta da pelare: cittadini furiosi e con una gran voglia di vendetta, nessuna pista promettente e l’autore della strage a piede libero che con calma e lucidità estreme pensa a come moltiplicare l’eccitazione e la gioia provata fuori dal locale colpendo tanti altri luoghi di ritrovo. La detective Kathryn Dance, madre single di due bambini, con un fidanzato accademico e dei diretti superiori che non le danno tregua deve affrontare anche questa nuova complicatissima indagine avendo poche idee perché Solitude Creek non è solo il nome di un fiume, ma qualcosa di molto più oscuro con cui doversela vedere. E quindi, chi è davvero l’uomo che continua a pianificare stragi e perché sembra così maledettamente lucido?

“Centri commerciali, chiese, cinema. Adesso non so cosa dovremmo cercare…non ci sarà nessun uomo castano in giubbotto verde da individuare”. Solitude Creek è talmente lontano dallo stile abituale di Jeffery Deaver che se il lettore non leggesse il suo nome in copertina dubiterebbe fortemente che sia stato lui a scriverlo. La tensione è pochissima e l’adrenalina che accompagna solitamente i thriller dell’autore sembra spalmata poco e male su tutte le pagine del libro. Eppure, a conti fatti, il libro funziona. Non c’è pathos estremo, ma c’è un plot efficace ed è questo che spinge chi legge a voltare pagina e arrivare fino alla fine nel minor tempo possibile. E insieme c’è la straordinaria capacità di Deaver di costruire i personaggi. Protagonisti e non sono descritti in ogni dettaglio, parlano come dovrebbero esprimersi e sono il volano reale delle azioni della narrazione. Un convinto plauso va anche alle location scelte per la vicenda, chiunque può quasi assaporare l’atmosfera di posti come Monterey, può immaginarsi la bellezza della costa californiana e insieme delle torride temperature di quella parte di America. Per il resto, Jeffery Deaver ha scritto e fatto vedere di meglio, eppure Solitude Creek non è tra i suoi lavori peggiori e chi ama collezionare i libri dell’autore deve averlo senz’altro.