Solo un ragazzo

Solo un ragazzo

È l’inizio dell’estate del 2009, la scuola è finita e quattro ragazzini annoiati gironzolano per Cave nel primo pomeriggio. Hanno preso un ghiacciolo per alleviare la calura, una bomboletta spray per scrivere parolacce sulle serrande e qualche sigaretta rubata ai genitori. Tre maschi e una femmina. Lei però è assorta, sulla coscia destra, coperto dai pantaloncini sfilacciati, ha un livido. È stato suo padre la sera prima, lei si è messa in mezzo mentre lui picchiava la madre. Agli altri questo non lo dice, neanche a quello che chiama il suo ragazzo. È un caldo asfissiante e decidono di andare per i boschi, anche se è vietato avventurarsi da soli per i sentieri. Dopo trent’anni la storia del bambino rapito e trovato morto in fondo ad un fosso di Ponte mette ancora paura. La luce filtra dalle cime degli alberi, nessun altro rumore se non quello dei loro passi. Superata una radura scorgono uno scintillio di lamiera, è una capanna poggiata contro un albero. È avvolta dall’edera, le pareti sono marce e la porta ha un cardine divelto. Sbirciano all’interno, un nugolo d’insetti li avvolge e un odore dolciastro e disgustoso li colpisce. Mentre i ragazzi perlustrano i dintorni spruzzando vernice dalle bombolette, la ragazzina entra facendosi luce con l’accendino. Sussulta vedendo un animale, è una volpe stesa su un tappetino azzurro, morta da diversi giorni. Si avvicina e osserva in giro. Oggetti impolverati: un piatto, un mozzicone di candela, una foto in cornice, uno spazzolino, delle posate e un cacciavite. Lo prende e si avvicina alla volpe, la tocca per scacciare le mosche. In quell’istante le sembra di avvertire un movimento, una presenza, come una mano tesa che sta per toccarla. La luce che arriva dalla porta è come una nebbia verde, eppure è sicura di non essere sola. Sente una mano che le si posa sul collo, tra le scapole e sul livido della coscia, poi sparisce. Stringe ancora il cacciavite, lo porta con sé ed esce fuori. I ragazzi vorrebbero dare fuoco alla capanna, lei dice di no. Loro si indispettiscono e vanno via. Lei è convinta, che è di qualcuno, lascia davanti alla porta il cacciavite e a malincuore se ne va...

È con questa capanna abbandonata che si apre il romanzo di Elena Varvello. È la storia di un ragazzo il cui nome non viene mai pronunciato. Amatissimo dai genitori e dalle due sorelle, è il più bravo della classe, sempre gentile e sorridente. Nell’estate del 1989 a Cave, dove vive, qualcuno dice di averlo visto scappare con la sua felpa addosso e il cappuccio alzato da una villetta in cui è stato rubato qualche oggetto di scarso valore: un portafotografie, una tazza, uno spazzolino, un cacciavite. Oggetti che porta in un luogo nascosto che si è costruito, una specie di rifugio. Il ragazzo ha quasi diciotto anni, molti segreti e pesi opprimenti che lo schiacciano. Chi sei? Chi sei davvero? È la domanda che si fanno i familiari. L’adolescenza è un tema caro alla Varvello, Solo un ragazzo si affianca a La vita felice, per raccontare riguardo a questa età stupefacente e rivoluzionaria. Il ragazzo oltre che essere il protagonista rappresenta una parte di noi, la parte più scura e misteriosa che abbiamo dentro. Quella parte più sfuggente, che ogni tanto cerca di mostrarsi e che cerchiamo di respingere nell’ombra, addomesticandola e controllandola. Ecco perché il ragazzo entra nelle case, per rivelarsi. Ci sono milioni di risposte possibili alla domanda Chi sei davvero?, in fondo tutti gli adolescenti sono continuamente in cerca di un posto nel mondo e di un’identità, che col tempo peraltro muta. Il non sapere chi si è e chi si diventerà lega il ragazzo di carta ai ragazzi veri. In questo romanzo si legge e si sperimenta il dolore per la perdita di un figlio, di un fratello e ci si addestra a superarlo, senza amplificarlo. Per Sara, la madre, il dolore è grande e lo vorrebbe cristallizzare a quella notte d’estate, per non vivere oltre il proprio figlio. Ad un certo punto però uscirà per andare a trovare Gemma, proprietaria della casa in cui il ragazzo si è introdotto e con la quale per venti anni non si sono rivolte la parola. C’è ancora tempo per ricostruire rapporti e vita. Loro erano grandi amiche e questa amicizia non si è mai spezzata del tutto. Pietro invece annega il dolore nella fugace relazione con Vittoria, consumata in auto, di nascosto. È un risvegliare gli istinti lasciando fuori il cuore, eppure sarà questa ragazza dall’esistenza sgangherata che lo riporterà alla vita. Il dolore è un tunnel e tutti vivono questo viaggio arrivando ad una rinascita. In copertina c’è un ragazzo destinato per sempre a darci le spalle. Dentro il ragazzo ce n’è un altro che un po’ si è svelato perché si è tolto il cappuccio. Prima o poi si volterà, è questa la sensazione che suscita. Per ora però non si volta, non svela il suo volto, ma basterebbe un istante per potersi incontrare. Non bisogna avere paura di ascoltare i ragazzi, anche quando dicono qualcosa che non vorremmo sentirci dire. Non bisogna mai smettere di bussare alla loro porta chiusa, immagine simbolo dell’adolescenza. Con Solo un ragazzo Elena Varvello indica che chi ci lascia rimane con noi, camminandoci a fianco, e che bisogna guardare avanti, positivi, verso la luce.



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