Sono stato fortunato

Sono stato fortunato

Sono stato fortunato, spiega Luciano De Crescenzo - celebre scrittore, regista, attore e filosofo napoletano – in questa autobiografia pubblicata un anno prima della sua scomparsa, perché vorrei rivivere la vita che ho vissuto. E, siamo onesti, arrivare ai novant’anni e non avere rimpianti vuol dire davvero essere stati fortunati. La prima fortuna è forse stata nascere in una famiglia che, ragionando a posteriori, ha dato al suo innato senso dell’umorismo notevoli spunti. La nonna che a pranzo e cena impartiva la benedizione – con tanto di acqua santa - dal suo posto a capotavola a tutta la numerosa famiglia, composta appunto dalla nonna, da Luciano e sua sorella Clara, mamma papà e tre zii (Olimpia e Maria single di ritorno e Luigi che invece non è mai stato sposato). A completare il quadro la cameriera Rosa, che non prendeva lo stipendio perché a dire della mamma essendo praticamente “di famiglia” non ne aveva bisogno. Ci sono le cronache dei suoi quattro primi amori - uno per età in attesa del quinto, quello della vecchiaia - e ci sono i racconti di zio Luigi, noto per esagerare “un pochino” le cose, che spacciò un vicino tornato dall’America - un musicista - per uno spietato gangster al servizio di Al Capone. Nell’episodio scopriamo anche l’esistenza della Parlesia, una sorta di esperanto dei musicisti napoletani in giro per il mondo. In questo andirivieni fra gli anni c’è anche un lungo capitolo dedicato alla guerra, e scopriamo (testuale) che “come ho riso durante il periodo della guerra non ho mai riso in tutta la vita”. Nonostante la paura, il rischio continuo di finire bombardati, la fame e lo sfollamento...

Non è la prima autobiografia che ha scritto de Crescenzo, ma come dice lui stesso nella premessa è un ampliamento della precedente. Ho letto da qualche parte che la frase del titolo in fondo è anche un’ammissione di colpe, ma a iudicare da questa raccolta di aneddoti che hanno riempito una lunga e intensa vita, onestamente mi sembrano colpe molto veniali. Come detto alcuni aneddoti sono già stati pubblicati, ma ciò non toglie assolutamente nulla alla piacevolezza della lettura. De Crescenzo dimostra ancora una volta di possedere e padroneggiare la difficile arte della leggerezza che, citando Calvino, non è superficialità. Parla di tutto: delle sue passioni dei suoi errori delle sue debolezze, della passione per lo sport, degli anni dell’università e delle goliardate – che al tempo erano ancora una cosa seria. Esilarante il lungo capitolo dedicato alla sua esperienza lavorativa all’IBM, nel quale in realtà dell’azienda parla poco o nulla ma strappa molte risate con le descrizioni di come la madre oltre a preferire decisamente un bel posto in banca, trattasse e intrattenesse come familiari tutti quelli che intercettava. Racconti e curiosità sulla genesi di ognuno dei suoi libri, sui tanti personaggi – parecchi anche belli strani - che ha incontrato durante le riprese dei film o comunque nella frequentazione dell’ambiente dello spettacolo. Un autoritratto a tutto tondo, in cui De Crescenzo si racconta senza pudori, credo anche in forza dell’età avanzata, senza ipocrisie. Non si autoincensa, racconta di sé per come lui si percepisce e a onor del vero la sua idea di sé corrisponde molto a quello che arriva fuori. De Crescenzo rende meriti a chi li ha e non si sofferma troppo invece - o se lo fa lo sguardo è ironico e distaccato - sulle cose spiacevoli che inevitabilmente ha vissuto, come tutti. Quasi un romanzo che conferma assolutamente il titolo, soprattutto per la serenità che emana. A chiudere il libro, una galleria fotografica perlopiù in bianco e nero di molte persone e fatti citati nel libro.



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