Sotto il sole bastardo

Lunedì. Caffè amaro, fetta di limone, sbronza ancora attiva, pensiero alla telefonata, un mal di testa infernale frutto di una serata passata al pub in compagnia di un tipo pieno di tatuaggi. “Devi venire subito...c’è in gioco la vita di un ragazzo”. Così ha sentenziato Perla durante la telefonata, sapendo di colpire e affondare il suo lato più sensibile. Del resto, quattro mesi prima, aveva risposto a una sua richiesta di aiuto che quasi gli era costata la vita, mentre tirava fuori una sua cliente dai Navigli e il marito scaricava su di loro un intero caricatore di pallettoni. L’auto della donna era affondata nelle acque e ancora non riesce a capacitarsi Jack di come abbia fatto a trovarla e a tirarla fuori. Centoventi giorni senza sentirsi sono tanti ed eccola che riappare senza mezzi termini e con lei compare la sua curiosità di rivederla e quindi l’urgenza di accettare l’incontro proposto. Cerca intanto di capire a cosa va incontro, chi è il ragazzo per il quale si chiede aiuto, cosa ha fatto. Nessuna notizia per telefono, Perla è sempre molto prudente. Intanto il caffè è finito, ma l’oppressione alle tempie ne reclama un altro. Una fetta di limone prima, dicono che elimini la nausea; intanto fuori la nebbia è fitta e dalla vetrata dell’officina non si vede quasi nulla. Mancano ancora un paio d’ore alla chiusura e proprio non riesce a guardare quell’interno che si estende in lunghezza, con una serie di auto appese, pronte per essere messe a posto. Preferisce guardare fuori, pur non distinguendo alcuna sagoma, alcun contorno. Ancora poche ore e poi incontrerà Perla. Chissà se poi è davvero la cosa giusta o farebbe meglio ad andarsene in palestra. Quella giornata così tetra, non lo aiuta per niente nelle decisioni. Fuori non si vede nulla, anzi no, forse un’altrettanta tetra barba di Babbo Natale si distingue, anche se in realtà a Natale manca più di un mese e la velocità con cui il tempo trascorre, fa pensare a lui e Pedretti che non ci arriveranno mai. I due ancora non sanno, che il rischio che non ci arrivino realmente, si farà presto altissimo...

I protagonisti indiscussi di Sotto il sole bastardo di Sébastien Bianco sono Jack e Perla, due giovani nati in una zona periferica di Milano, dove il sole sorge raramente e la nebbia avvolge ogni cosa. Sono diventati adulti prendendo strade differenti. Perla è un avvocato che difende giovani disagiati e Jack lavora in un’officina. Sin da quando erano piccoli hanno sancito una sorta di patto: non abbandonarsi mai, restare sempre in contatto e sostenersi a vicenda. Perla chiama Jack, perché sa che l’uomo può aiutare e prendersi cura di un ragazzo che ha intrapreso la strada della perdizione. Per Jack non è un compito facile quello richiesto: ha un passato torbido, in cui le difficoltà sono state tante, in cui ha dovuto barcamenarsi tra la vita e la morte. Anche questa volta, però, non se la sente di venir meno alla promessa fatta alla sua amica e accetta così di aiutarla. A fare da sfondo a questa storia di amicizia e sodalizio c’è una Milano oscura, la cui nebbia rappresenta in qualche modo il buio dell’anima. Si ritrova, nel romanzo, una città rappresentata nella sua visione più negativa e buia, in cui ognuno è pronto a dare il peggio di sé. La città meneghina è sentita come un luogo di perdizione e corruzione, un contenitore di dolore e sofferenza, in cui le nuove mafie piantano inesorabilmente le proprie radici. Una visione decisamente noir del capoluogo lombardo, quella dell’autore, in cui incastona storie di vita difficili e sofferte. Il sole bastardo è quello che non sorge mai, che non scalda, identificato con l’impossibilità, con quelle mancate opportunità, che la vita non offre a chi decide di far diventare oggetto della propria ingiustificata cattiveria. Un romanzo intriso di sofferenza, di una malinconia devastante, che si snoda intorno alla volontà dell’autore di offrire il riscatto, che poi la sua penna, a tratti noiosa, non trova. Una maniera alquanto scontata di prendere il lettore e di farlo rimbalzare dalla bellezza di un rapporto di amicizia, tutto sommato malato, a storie sconvolgenti, almeno nel tentativo, con un’impronta di nero accennato. E dopo questo percorso, si arriva alla mancata redenzione o forse riuscita, bene non si capisce, in un’abbuonata storia, dove alla fine la colpa è di quella strana nebbia milanese. A tutto questo, possiamo aggiungere un pizzico di esotismo: Sébastien Bianco è uno pseudonimo e non si sa chi vi si nasconda dietro.

 


 

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