Spettri della mia vita

La serie tv inglese Sapphire and Steel termina con la frase: “Questa è una trappola. Non siamo da nessuna parte, e sarà così per sempre”; i due ignari protagonisti si trovano a fluttuare nello spazio profondo su una sorta di capsula arredata come un caffè. È un tipo di fantascienza “lungo cui si insinuano entità malvage che sfruttano e dilatano crepe e interstizi del continuum temporale”, che non cerca di venire incontro ai gusti del pubblico e non restituisce nei protagonisti quel calore emotivo che l’intrattenimento odierno tenta costantemente di trasmettere. La scena finale, in particolare, rappresenta una condizione generale, “in cui la vita continua ma il tempo si è in qualche modo fermato”. La stessa inerzia, sepolta sotto il cumulo frenetico delle “novità” che il mercato propone ogni giorno, caratterizza anche la cultura del ventunesimo secolo: il tempo viene scompaginato e i materiali del passato soccombono a un assemblaggio così diffuso da non essere nemmeno notato. Questa dinamica è particolarmente evidente nel campo della musica, soprattutto pop, in cui è ormai scomparso lo “shock del futuro”. Il nostro secolo “è oppresso da un soffocante senso di finitezza e sfinimento”: sembra che il ventesimo secolo ancora persista con i suoi stili asfissianti e che gli artisti siano prigionieri di una “nostalgia formale” emersi molto tempo prima. In fondo siamo proprio come i protagonisti di Sapphire and Steel, intrappolati nel nostro bel caffè alla deriva nell’universo: se scostassimo le tende e provassimo a guardare fuori dalla finestra, vedremmo solo un immenso vuoto senza stelle…

Spettri della mia vita è il terzo libro di Mark Fisher pubblicato in Italia, dopo Realismo capitalista (Not, 2018) e The Weird and the Eerie (Minimum fax, 2018). L’opera di Fisher, osservatore lucido che ha dato spessore culturale alle varie sfaccettature della controcultura e purtroppo suicidatosi nel 2017, si sviluppa prevalentemente in saggi che mescolano con grande padronanza dei concetti musica, letteratura, cinema e televisione. In Spettri della mia vita sono riuniti una serie di pezzi, apparsi per la prima volta sul blog “k-punk”, che parlano di produzioni e artisti che, lungo il corso della sua vita, hanno trasmesso a Fisher la consapevolezza che è possibile guardare il mondo da un altro punto di vista rispetto a quello della cultura mainstream: i Joy Division, la serie tv Life on Mars, lo scandalo che ha coinvolto l’ex intrattenitore di bambini e dj Jimmy Savile, la musica di Burial e The Caretaker, lo Shining di Kubrick e Inception di Nolan. Questo è solo un elenco parziale dei riferimenti culturali che, sviscerati a fondo da Fisher, rispondono a quella che Derrida ha per primo chiamato hauntologia: “l’azione del virtuale, dove lo spettro evocato non va inteso affatto come entità soprannaturale, ma come ciò che agisce senza essere (fisicamente) esistente”, che si può riferire sia a ciò che non è più, ma che rimane efficace sotto forma di virtualità, sia a ciò non è ancora avvenuto, ma che è già efficace nella sfera virtuale. In definitiva, l’hauntologia di Fisher non è altro che la crisi dei concetti di spazio e tempo che investe una larga maggioranza delle forme culturali a cui siamo abituati: essere consapevoli di questa crisi è solo il primo passo verso la ricostruzione di un futuro possibile.

 


 

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