Statale 106

Statale 106

Nel 2008 in un bar di San Vittore Olona è stato ucciso Carmelo Novella, il boss che intendeva staccare le cosche del Nord Italia dalle organizzazioni calabresi. Le sue idee “separatiste” le ha pagate a caro prezzo in quanto i clan settentrionali non sono altro che un’imitazione evanescente dell’originale e sono ritenuti incapaci di ispirare quella reputazione di affidabilità che ha reso la ’ndrangheta un “brand” capace di trattare da pari a pari con i cartelli colombiani, messicani e le altre organizzazioni globali. L’organizzazione dunque è sempre legata al santuario di Polsi mentre i fiumi di denaro che circolano nelle mani della ’ndrangheta oltre a provenire dal Sud provengono anche dalle organizzazioni del Nord Italia. Il territorio lombardo ad esempio è stato suddiviso in locali, zone amministrative-ombra nelle quali le famiglie esercitano le proprie attività di consegna e spaccio all’ingrosso di stupefacenti, estorsione, traffico di armi e affari più o meno legali. Un certo Emanuele Sangiovanni, un broker romano tutto completi Hugo Boss e denti incapsulati, gestisce da Savosa, Canton Ticino, diverse finanziarie svizzere capaci di ripulire le somme provenienti dalle famiglie. Oltre al denaro degli ’ndranghetisti del Sud e di quelli del Nord, c’è anche quello di chi ’ndranghetista non è, ma con i calabresi finisce comunque con l’averci a che fare. La ’ndrangheta, proprio come un piccolo stato ha ritenuto di dover procedere ad una riorganizzazione “amministrativa” nel proprio interno e ciò ha fatto dopo la fine della seconda guerra di mafia, dopo il 1991, quando i sei anni di agguati, le 564 vittime accertate e l’elevato numero di persone scomparse nel nulla (100/200) hanno condotto alla decisione di siglare la pace tra le famiglie. Così si è creata una organizzazione di vertice incaricata di interpretare le regole, ricomporre i dissidi, conferire promozioni e decidere l’apertura o la chiusura di una locale, insomma una sorta di parlamentino costituito al fine di evitare che il fiume di danaro di provenienza illecita si possa arrestare per effetto di conflitti sanguinosi tra famiglie...

Antonio Talia si serve del dato geografico per tracciare una mappa essenziale della ‘ndrangheta calabrese e lo fa seguendo il percorso della strada statale 106 jonica, quel nastro di asfalto, a tratti malridotto, puntellato da paesi e integralmente percorso dai binari dell’omonima linea ferroviaria che da Reggio segue in parallelo il mar Jonio fino a superare i confini della Calabria. L’autore non indugia sulla bellezza dei luoghi, omette di descrivere paesaggi mozzafiato e tramonti meravigliosi perché lo scopo primario del libro è quello di ricostruire, intrecciare una mappa, individuare connessioni. In questo senso l’operazione appare pienamente riuscita perché la sovrapposizione alla mappa reale del territorio degli uomini e degli eventi che hanno segnato in negativo la storia della ‘ndrangheta calabrese è completa. Vengono alla luce intrecci, parentele, e nomi che in maniera incessante dal luogo di origine hanno diffuso malaffare in altre aree del mondo e ciò operando in maniera costante e pervasiva con logica efferata. Dalla geografia originaria, alle ben diverse e più avanzate geografie mondiali Talia avverte l’esigenza di sminuzzare i fatti e ricomporre il puzzle operando collegamenti come solo un bravo giornalista addentro alla materia è capace di fare. Si tratta dunque di un compendio ragionato e ben strutturato dei legami intrattenuti dai clan della provincia di Reggio Calabria con i narcos colombiani e con i “colletti bianchi” di Hong-Kong, di Dubai e di tanti paradisi fiscali. Ovviamente le fonti dell’autore sono quelle giudiziarie e quelle giornalistiche e così il libro appare come l’esatta ricostruzione di un territorio ad altissima densità criminale.



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