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Still Alice - Perdersi

Alice ha sempre potuto contare sulla sua mente brillante. E come darle torto? Ha una prestigiosa cattedra in una delle istituzioni più invidiate del mondo, la Harvard University, dove insegna Psicologia cognitiva da circa vent’anni. È un’esperta nel suo campo, una a cui la gente chiede opinioni con un certo tono di deferenza, come se la sua intelligenza intimorisse. Ma non solo: ha un marito, che insegna nella sua stessa università, e tre figli ormai grandi. All’alba dei cinquant’anni, Alice pensa di essere nel suo periodo di massimo splendore, fin quando la vita così come la conosce inizia a starle sempre più stretta. Inizia tutto con delle piccole sviste: una parola che non riesce a ricordare, un certo senso di disorientamento mentre fa la sua solita corsetta e la sensazione che la sua mente non sia più attiva come un tempo. I sintomi peggiorano, si fanno sempre più preoccupanti. Il verdetto arriva dopo un paio di esami approfonditi in neurologia: Alice soffre di una forma presenile del morbo di Alzheimer, che porterà nei prossimi anni i suoi finora invidiabili neuroni a un lento e inesorabile declino. Dopo una prima fase di negazione, Alice inizia a convivere con un’ombra che finisce per farsi sempre più spazio nel suo cervello, fino a fare terra bruciata di tutto ciò che un tempo la definiva…

La neuroscienziata Lisa Genova ci racconta una storia toccante e molto dolorosa su una malattia poco visibile dall’esterno, ma non per questo meno subdola e letale. Solitamente, quando pensiamo all’Alzheimer e alle sue vittime, la prima immagine che ci viene in mente è quella di una persona anziana, il cui declino è senz’altro dovuto anche all’età avanzata. È proprio a causa di questo pregiudizio diffuso che la storia di Alice è così devastante. Perché la sua vita non è agli sgoccioli, anzi; perché il suo cervello avrebbe ancora tanto da dare, prima di smettere di funzionare come dovrebbe. La storia scorre veloce, ma senza tralasciare nemmeno una delle fasi della malattia, una sorta di partita in cui, all’inizio, Alice è in testa, per poi essere sconfitta senza pietà a mano a mano che il tempo passa. Il lettore la accompagna, la vede peggiorare e se ne sta lì, inerte, come uno spettatore il cui suggerimento non sarà mai ascoltato dal protagonista. Così come preannuncia il titolo, Alice finisce lentamente per perdersi pezzi sempre più importanti di sé: la corsa, la cattedra di Harvard, il viso dei suoi figli e suo marito, fino a essere così smarrita da non avere alcuna coscienza di sé. Una storia che fa male perché racconta di una realtà che tutti conosciamo, ma con una prospettiva del tutto nuova, che rende questo libro diverso da altri racconti della stessa malattia. In conclusione, una storia devastante sotto ogni punto di vista, che fa riflettere il lettore sul valore del tempo e dei ricordi e su quanto, a volte, serva una malattia per capire ciò che davvero conta nella vita. Questo ci insegna Alice: capisci di aver amato una cosa solo quando la perdi per sempre. Dal romanzo nel 2014 è stato tratto un film scritto e diretto da Richard Glatzer e Wash Westmoreland e interpretato da Kristen Stewart, Kate Bosworth, Alec Baldwin ma soprattutto da una stupenda Julianne Moore, che per questo ruolo si è aggiudicata Golden Globe e Premio Oscar nel 2015 per la miglior attrice.