Sto pensando di finirla qui

Il pensiero della ragazza si srotola con la stessa velocità e sinuosità dell’autostrada: mentre Jake guida su una statale che attraversa l’interno degli Stati Uniti, lei ha modo di ripensare alla loro storia e di trovare dei motivi per continuarla. Jake è proprio quello che le ci voleva: un ragazzo attento, premuroso, capace di stupirla con le sue conversazioni mai banali. Sono di ritorno dalla casa di campagna dei genitori di Jake, dove la ragazzina ha potuto confrontarsi con un mondo che non conosceva e che forse non le piace. E che forse le sta rafforzando quell’idea di lasciare Jake: è stata una bella storia, ma adesso è ora di farla finita. Forse. Del resto non si conoscono ancora abbastanza, e probabilmente ognuno dei due ha dei segreti che ancora non ha svelato all’altro. Come quell’uomo che misteriosamente da qualche tempo la chiama sul cellulare: tutto è iniziato con un numero sbagliato, adesso c’è quasi un interesse morboso. Mentre nella mente si affastellano questi pensieri, i ricordi di ieri e i riflessi di domani, la strada continua ad accompagnarli e alla radio passa sempre la solita canzone country. Fino a quando lui ferma l’auto vicino ad una gelateria, ma poi imbocca la stradina per entrare nel suo vecchio liceo. Lei resta in auto ad aspettarlo, con uno stato di ansia e di preoccupazione crescente: non sa che fine abbia fatto, non sa dove si trovano, non sa proprio cosa continuare a pensare chiusa ancora in quella macchina. È il momento di scendere e di trovare delle risposte alle sue domande...

Il romanzo d’esordio del canadese Iain Reid è per gran parte un thriller claustrofobico che si svolge nell’abitacolo di una vettura: ricorda per certi versi il film Locke, anche se l’azione spazia fuori dal dialogo e attraverso una serie di recuperi della memoria e di proiezioni che non hanno un confine ben definito. Non a caso Charlie Kaufmann, premiato regista da Oscar, ne ha tratto un acclamato film per Netflix interpretato da Jesse Plemons, Jessie Buckley e Toni Collette. La scrittura è ipnotica, cattura, impedisce di fermarsi: siamo completamente proiettati fra pensieri e viaggio, che camminano alla pari e ci portano dalla nostra sedia nella piena campagna statunitense, poi in alcune stalle dove gli animali vengono uccisi, fino al tetro liceo di Jake. L’abitacolo della vettura è un mezzo di trasporto efficace per avventure (non solo della mente) impensate. E poi ci sono atmosfere cupe, ci sono raffinate digressioni, sovrapposizioni di azioni che rendono il romanzo, solo apparentemente semplice, una costruzione complessa che però non perde di leggerezza. Reid è capace di trasformare una sfumatura in una sensazione forte che ci accompagna ben oltre la pagina, perché capace di mescolare le paure dei nostri pensieri, divisi fra essere e dissimulazione (“Un pensiero può essere più reale, più vero, di un’azione. Puoi dire qualunque cosa, fare qualunque cosa, ma non puoi fingere un pensiero”), con quelle delle nostre tare ancestrali (“Quando ero molto piccola, dovevo avere sei o sette anni, una notte mi svegliai e vidi un uomo in piedi, dietro la finestra. Era molto, molto tempo che non ci ripensavo. Non ne parlo – né ci penso – molto spesso”). Bisogna mettere in conto quando lo si comincia a leggere che ci si potrebbe perdere per diversi giorni, prima di non venirne comunque a capo.



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