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Storia di Shuggie Bain

Storia di Shuggie Bain

1981. In una Glasgow squarciata dalla disoccupazione e dalla miseria, con la chiusura delle miniere e dei cantieri imposta dalla rigida politica thatcheriana, Agnes Bain, al secondo matrimonio con tre figli tutti stipati nella casa dei suoi genitori, sente che la propria vita è stata un totale fallimento. Dopo aver abbandonato il cattolico Brendan McGowan, gran lavoratore e marito devoto, per il vanesio protestante Shug Bain, Agnes si sente ingannata da quell’uomo che prima l’ha illusa con confuse promesse di un futuro migliore e poi l’ha relegata ad un matrimonio fatto di tradimenti e di violenze. Nemmeno l’affetto dei figli sembra risollevarla e l’unica cosa che sembra darle momentaneo conforto è l’alcool, nel quale si rifugia progressivamente fino a sprofondare in un baratro dal quale non sembra esserci una via d’uscita. Shuggie fin da piccolo si è sempre sentito distinto per essere un bambino diverso dagli altri: discriminato dai coetanei per l’atteggiamento responsabile e il linguaggio posato, da damerino coccolato dai nonni, si ritrova improvvisamente a far da secondino alla madre, dopo l’abbandono del marito e degli altri figli, ormai esausti di aver in casa l’ingombrante presenza del demone alcolico. Shuggie crede che ritirare i sussidi, badare che essi non vengano sperperati in birre o in whiskey e controllare che gli uomini non si approfittino della debolezza di Agnes possa rivelarsi sufficiente a salvare la vita dell’unica donna che sembra capirlo, accettarlo ed amarlo per quello che è…

Romanzo d’esordio dello scrittore scozzese Douglas Stuart, Storia di Shuggie Bain è l’ottimo risultato di una scrittura durata vent’anni, dal taglio autobiografico, “ispirata da anime gentili che sopravvivono in posti difficili”, come affermato dallo stesso autore dopo aver vinto il prestigioso premio Booker Prize 2020. Sebbene il titolo suggerisca una narrazione incentrata sul personaggio di Shuggie in realtà la protagonista indiscussa è Agnes Bain: le sue giornatacce, la sua volontà di riscattarsi dalle vicine e dalle amiche invidiose, la sua speranza di trovare nell’amore di Eugene una possibilità di disintossicarsi dal suo alcolismo e ricominciare una vita, ma, soprattutto, il suo ottimismo costantemente deluso dalle aspettative che ripone nel mondo. Rispetto a romanzi ambientati nello stesso periodo storico, il tratto originale dell’opera è proprio costituito dalla scelta di incentrare la storia su un personaggio femminile, lasciando quasi sullo sfondo il percorso parallelo di Shuggie alle prese con il bullismo e l’omofobia dei suoi coetanei e, successivamente, alla ricerca della propria identità personale. La lettura non fluisce scorrevole non per la complessità del linguaggio adoperato, ma piuttosto per la crudezza delle descrizioni in stile dickensiano, specie quelle dell’estrema povertà di cui la città si circonda, e per le immagini forti, connotate da un forte realismo, in particolare nella rappresentazione dell’effetto logorante che la dipendenza dall’alcol causa sulla persona e sugli affetti che la circondano. A primo impatto il lettore sembra sopraffatto dalla sensazione di impotenza provata di fronte al logorio di una donna, la cui bellezza sfiorisce, che “incontra” le proprie illusioni in vestiti paillettati e tacchi a spillo, vedendole puntualmente disattese e consumandosi sempre più nella dipendenza; in realtà, poi, ciò che rimane e commuove è la profonda umanità che caratterizza i personaggi e il rapporto madre-figlio, solido e granitico, soprattutto grazie a Shuggie che non lo abbandona e decide di non tradirlo fino all’ultimo. È bene precisare che, sebbene il demone dell’alcol appaia come un personaggio se non come il protagonista dell’opera, invero essa non ha lo scopo di analizzare chirurgicamente il problema della dipendenza o limitarsi ad essere una critica al governo cieco di fronte al suo dilagare proporzionalmente con il tasso della disoccupazione; il libro è una vera e propria dedica alla madre, alla sua fragilità e, come affermato dallo stesso autore nella nostra intervista, una lettera d’amore alla città di Glasgow.

LEGGI L’INTERVISTA A DOUGLAS STUART