Storia di un boxeur latino

Storia di un boxeur latino

Una radio a valvole, di quelle con due manopole di lato e diversi pulsanti bianchi in basso, i nomi di tutte le città del mondo scritte sopra e la mascherina a nido d’ape da cui usciva la voce. Mentre il cronista raccontava dei trionfi di Coppi e Bartali il piccolo Gianni, che insieme al fratello se ne stava incollato all’apparecchio, trascriveva l’ordine di arrivo della tappa e la classifica generale del Tour de France. Poi, a radiocronaca conclusa, correva nel cortile della casa popolare, dove era andato a vivere con la famiglia subito dopo la guerra, felice come non mai, mentre intorno a lui si riuniva il solito gruppo di amici. Gianni era il più basso tra tutti, ma gli altri – Giampaolo, detto Paulot, Mario, il Bud, Duval e Giovanni, seduto sulla sua carrozzella – erano costretti ad ascoltarlo con attenzione. Gianni si schiariva la voce, poi recitava con fare esperto il suo bollettino di cronaca, lì, al centro di un vialetto di ghiaia, innamorandosi perdutamente del mestiere che avrebbe poi fatto per tanti anni. Erano gli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale e la gente stava ricominciando pian piano a muovere i propri passi, dapprima malfermi, poi sempre più sicuri, grazie alla consapevolezza di essere ancora viva, pur non avendo più nulla. E lo sport aiutava eccome, in tale situazione, soprattutto in una città come quella di Gianni, dove la grande squadra del Torino dominava il campionato di calcio di serie A e le imprese dei calciatori restituivano un po’ di orgoglio alla popolazione. Ma poi ci fu un nuovo dramma, lo schianto contro la basilica di Superga dell’aereo che stava trasportando la squadra al completo di ritorno da un’amichevole. Era il 4 maggio 1949 e per Gianni, quello che sarebbe poi diventato il famosissimo giornalista Gianni Minà, quella data continuò per sempre a rappresentare l’ultimo episodio, tardivo e vigliacco, della guerra...

Le confessioni di un piemontese, di origini sicule – nel terremoto del 1908, che rase al suolo Messina, perse la vita il papà di sua madre, quel nonno Giovanni di cui porta il nome – che si nutre di sport, ama Salgari (il suo personaggio preferito è Yanez) e tifa Toro, legge i fumetti anche se Pecos Bill dopo un po’ lo annoia, adora il jazz e diventa cittadino del mondo. La vita di Gianni Minà – giornalista, scrittore e conduttore televisivo – ci viene restituita, con eleganza e lucidità, attraverso un racconto scritto a quattro mani con la complicità di Fabio Stassi, l’affinità con il quale trasuda in ogni riga. È un racconto lungo oltre sessanta anni e narra di una carriera irripetibile, punteggiata da incontri con figure che hanno segnato un secolo: Robert De Niro, Gabriel García Márquez, Massimo Troisi, Pietro Mennea, Muhammad Ali, Monica Vitti, Maradona, Sergio Leone e Luis Sepúlveda (l’amico Lucho, a cui è dedicata l’autobiografia) sono solo alcuni dei personaggi con cui Minà ha incrociato il proprio cammino. Il ragazzo partito da Torino in calzoncini corti apre al lettore la porta di casa propria e l’album dei propri ricordi, anche quelli più personali ed intimi, e racconta la sua vita, personale e professionale, con gioia, amarezza e, soprattutto, stupore. Sì, perché l’autobiografia di Minà è, soprattutto, una meravigliosa dichiarazione d’amore alla musica, allo sport, ai sogni, ai desideri, agli ideali, alla vita. Impossibile non rimanere affascinati dal racconto dei suoi viaggi, dei suoi incontri, delle sue imprese spericolate, dei riconoscimenti ottenuti, delle delusioni subite. Minà attraversa il Novecento e racconta di una vita piena ed irripetibile, di un giornalismo in cui il valore dell’uomo è importante tanto quanto le capacità professionali, di un giornalismo il cui cardine è la ricerca della verità ad ogni costo; racconta l’umanità, la curiosità, l’empatia ed il rispetto, uniche doti in grado di fare di un giornalista un buon giornalista.



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