Storie della mia città

Storie della mia città

La vista mozzafiato di San Francisco di cui si può godere dall’appartamento compensa perfettamente sia le dimensioni un po’ scarse, sia l’anzianità dell’edificio. D’altra parte è una struttura “vecchia ma robusta”, un po’ come lo è Morayo, che ci vive da sola ormai da vent’anni. Lo spazio è poco ma più che sufficiente per lei, anche se forse dovrebbe fare un po’ di ordine: i libri la stanno sommergendo, la posta non letta si sta in effetti accumulando (proprio galante la Motorizzazione, a ricordarle che sta per compiere 75 anni e la sua vista ha bisogno di un check!), così come le pile di abiti coloratissimi che le piace indossare quando c’è sole. Aprire l’armadio è sempre un viaggio di ritorno alle sue origini, travolta dal profumo intenso di quei tessuti che la riporta a Lagos innanzitutto, al suo ex marito Caesar, poi a Jos, alla sua infanzia, ai suoi genitori. Non sono rimpianti, Morayo è soddisfatta del suo passato e del suo presente: ha vissuto e vive intensamente, amava essere Professoressa, ora chiacchiera con tutti i commercianti del quartiere, dove si sente a casa, è una donna libera e indipendente, ancora affascinante e capace di attrarre qualche sguardo e complimento maschili. E poi le scarpe rosse che si è appena regalata per il compleanno le stanno benissimo, abbinate ad un abito nero di chiffon sono perfette per il festeggiamento! L’abito scopre la schiena, dove ci starebbe proprio bene un tatuaggio. Morayo si volta per guardarsi meglio allo specchio, di colpo scivola, cade malamente...e ora? Che ne sarà della sua amata indipendenza?

Immaginate una calda giornata estiva, di quelle estenuanti, che lasciano senza forze. Immaginate vi venga offerto un bel bicchiere di succo di frutta multivitaminico, fresco e dissetante. Ecco, Storie della mia città si beve tutto d’un fiato come quel succo, godendo dell’esplosione di colore, gusto ed energia. Basterebbe questo per descrivere cosa rappresenta la short novel di Sarah Ladipo Manyika (di origini nigeriane, giramondo e docente universitaria come la protagonista) e, per sineddoche, la protagonista stessa Morayo Da Silva: un concentrato di spirito, femminilità, esperienza e resilienza, con qualche equilibrato pizzico qua e là di riflessioni e spunti decisamente più impegnati (da Boko Haram alla sessualità femminile vissuta in età matura, ad esempio). Un banale incidente rischia di alterare pesantemente questo status quo e Morayo di colpo teme che, soprattutto alla soglia dei 75 anni, la sua autonomia possa diventare in realtà solitudine, abbandono, difficoltà. Non sarà così, ma la tematica è centrale e lascia molto a cui pensare in merito alla costruzione di relazioni forti, alla joie de vivre che può prescindere dall’età anagrafica e permette di gestire con positività ogni ostacolo. Non a caso, come si legge a fine volume in un illuminante saggio di Chiara Piaggio (antropologa che ha “scoperto” e proposto il libro all’editoria italiana), Morayo è un termine yoruba, lingua parlata soprattutto in Nigeria, che significa “vedo la gioia”.



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