Salta al contenuto principale

Storie di fantasmi per il dopocena

Storie di fantasmi per il dopocena

È la vigilia di Natale a casa dello zio John, al 47 di Laburham Grove, Tooting. Il salotto è illuminato dalla tremolante luce del fuoco, mentre all’esterno imperversa una gelida tempesta. Dopo l’eccellente cena a base di pasticci, arrosti, cheesecake e ottima birra, gli uomini si riuniscono per fumare e gustare il punch al whisky, chiacchierare e giocare a carte. Si tratta di Jerome, dello zio John, del dr. Scrubbles, del signor Samuel Coombes e del membro del consiglio di contea Teddy Biffles. È proprio il signor Biffles a raccontare la prima storia, una storia riportata in modo impeccabile, dettaglio dopo dettaglio. È la storia di Johnson, un giovane innamorato il cui spirito vaga inquieto nella casa appartenuta alla famiglia della sua amata Emily. Johnson, il “fantasma fedele”. La storia è talmente triste da lasciare in tutti un senso di malessere intenso, che solo diversi calici di punch riescono a calmare. Torna l’allegria e segue la narrazione della storia proposta dal dottor Scrubbles, ma è una storia che non lascia una forte impressione ed è difficile da ricordare, se non che riguarda un suo paziente. Eppure gli altri la apprezzano, al signor Coombes stuzzica a tal punto la fantasia da fargli venire in mente un racconto che ha per tema un mulino infestato (o una casa in rovina), un evento che ha per protagonista suo cognato, il signor Parkins e persino una discreta somma di denaro, nascosta in un vecchio mulino nel Surrey da un vecchio spilorcio passato a miglior vita…

Immaginate la più classica delle situazioni per un gruppo di gentiluomini squisitamente britannici, che si lasciano andare alla narrazione di paurose (più o meno) storie di fantasmi la sera della vigilia di Natale di una notte di fine Ottocento (“nelle storie di fantasmi è sempre la vigilia di Natale”, così anticipa l’autore nei “preliminari” alla narrazione), mentre fumano le loro pipe, bevono caraffe di punch e le donne non sono nei paraggi. Questa è la suggestiva cornice proposta da Jerome K. Jerome (1859 – 1927), celebre scrittore britannico e autore di romanzi umoristici divenuti leggendari, come Tre uomini in barca, per offrire ai lettori una breve e piacevole raccolta di storie di fantasmi (che in verità sono appena quattro). A turno gli uomini pescano nella loro memoria un racconto che hanno sentito o vissuto personalmente (la storia raccontata da Jerome viene definita da lui stesso “cronaca”, si inserisce come conclusione dopo le suggestioni della serata passata a fare bisboccia con gli amici), ma a ben leggere nessuna di queste storie è macabra e angosciante, al contrario i fantasmi tirati in ballo sono uomini derelitti, infelici, innocui, vittime di amori sfortunati o delle loro debolezze terrene. Non è l’orrore quello che Jerome evoca, ma un simpatico pietismo. Un’esperienza ben lontana dalla letteratura gotica canonica, farcita di atmosfere lugubri, ansiogene e struggenti, il cui scopo è far palpitare i cuori delle signorine per bene e strappare sorrisi perplessi agli uomini. Ma in fondo sono solo storie, no? Jerome prende un po’ in giro chi a queste storie crede davvero, non è certo indulgente, eppure che male c’è a lasciarsi condizionare da quello scricchiolio alle nostre spalle o da un soffio d’aria improvviso che fa rizzare i capelli e perdere un battito. Si sa, è solo fantasia, nessuno crede ai fantasmi. Più o meno.