Strade perdute

È mattina e il citofono di casa Madison sta squillando. Poco male, perché Fred è già sveglio e sta fumando una sigaretta. Si avvicina alla porta e una voce gli comunica che “Dick Laurent è morto”. Fred si ritrae dalla porta, pensando a uno scherzo di cattivo gusto, ma poi si affaccia e vede che sul vialetto non c’è nessuno. Al momento non ha tempo di pensare a questi stupidi scherzi, dato che stasera ha un concerto e deve prepararsi. In casa Madison è ora sera, Fred indossa una camicia bianca abbottonata fino al collo, pantaloni neri e giacca anch’essa nera, in mano la custodia del proprio sassofono. Sua moglie, Renee, bella e misteriosa, gli dice che non verrà al locale a sentirlo, è stanca e preferisce rimanere a casa a leggere. Il marito sorride a metà tra il sospettoso e l’ironico, dopodiché esce per andare al club. Il concerto va abbastanza bene, lui sul palco è scatenato ma è chiaro che dentro la sua mente il tarlo della gelosia cova sempre e senza soluzione di continuità. Lei è bellissima e terribilmente sexy, anche senza rendersene conto. Inoltre la sua vita prima di incontrarlo presenta diverse zone d’ombra, che un po’ per pudore, un po’ per paura, lui si è sempre rifiutato di approfondire. Basta! È arrivato il momento di chiamarla perché quando la gelosia ottenebra la mente, la sola cosa da fare è provare a sedare quel dubbio atroce, almeno per un po’. Si precipita subito a telefonare a Renee, ma all’altro capo del telefono nessuno risponde…

Nel 1997 David Lynch torna al cinema dopo qualche anno trasponendo per immagini una sceneggiatura scritta a quattro mani da lui e da Barry Gifford, prolifico autore che già ha collaborato con il regista di Missoula per l’adattamento di Cuore Selvaggio. Tuttavia, mentre Cuore selvaggio è una sorta di noir on the road sui generis, Strade perdute è al 100% un film nello stile di Lynch, con contorti accavallamenti temporali, onirismi stranianti (per non dire inquietanti) e trovate visive all’insegna della claustrofobia e dello smarrimento di ogni spiegazione razionale. Bompiani nel 1998 decise a tal proposito di pubblicare, a cura di Roberto Di Vanni, proprio questa sceneggiatura, che per la verità non presenta particolari discordanze con la versione definitiva vista al cinema, se non per qualche dialogo che nulla aggiunge alla narrazione. La trovata è però apprezzabile e il lettore, pur perdendo la componente visiva, può concentrarsi meglio sull’asciuttezza formale dei taglienti dialoghi, che concorrono in maniera determinante a formare quell’atmosfera di sospensione temporale che ci accompagna per tutta la durata del film. Gifford, del resto, è scrittore navigato e specializzato nel tratteggiare con opere generalmente di media lunghezza personaggi solidi e carismatici e ambientazioni dure e convincenti. Sulla trama, difficile da decifrare come quasi ogni lavoro di Lynch, si può dire che, collocandosi in una destrutturazione del genere noir, vive di raffinate pulsioni psicologiche che riguardano perlopiù la gelosia, il rifiuto di sé e la frustrazione che spesso porta ad astrarsi a un tale livello da commettere gesti che mai avremmo pensato di commettere. La sceneggiatura è uno strumento per favorire la comprensione del film e, per chi volesse, per accompagnarne la visione, ma è anche un piccolo tesoro per fan e collezionisti che dovessero riuscire a trovarla, in quanto esaurita quasi subito e mai più ristampata.



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