Streghe

Streghe

Un giorno, il Ragazzo Senza Nome si rende conto di non sapere cosa sia la Paura. Sua madre, una povera donna abbandonata da suo marito, proprio non riesce a capire come mai quel suo strambo figlio non conosca una sensazione così importante. “Che cos’è la Paura, madre?”, chiede il giovane alla donna. Sua madre è seriamente in difficoltà di fronte ad una simile e inaspettata domanda, ma questo non le impedisce di tentare di dare una spiegazione al suo ragazzo. “…La paura vive dentro di noi e ci difende dal male, dall’ingiustizia e dalla malvagità”, dice la donna, sperando che tale definizione possa essere sufficiente per soddisfare la curiosità di quel figlio così bizzarro. Invece no! Il Ragazzo insiste, è convinto che sua madre conosca molto bene le sembianze della Paura e per qualche arcano motivo non voglia svelargliele. Niente da fare, la madre si rende conto che il figlio non vuol comprendere e il Ragazzo Senza Nome capisce che la donna non ha o non vuole fornirgli altre spiegazioni. “…In fin dei conti la vita è tua”, sentenzia la madre; un giudizio che il giovane accoglie come un invito a viaggiare alla ricerca della Paura… Il ragazzo inizia il suo cammino e quando la stanchezza si fa sentire, si ferma a riposare in una foresta. Al risveglio si rende conto di avere una gran sete e vede un pozzo in lontananza. È felice di aver trovato acqua per dissetarsi, ma la sua gioia dura poco: quel pozzo è sprovvisto sia di secchio che di argano. Come fare per bere? L’unica soluzione è quella di attendere che qualcuno arrivi ad attingere acqua dal pozzo, in maniera tale che possa dissetarsi. Dopo aver inutilmente atteso, il giovane, ormai rassegnato, si appresta a riprendere il viaggio, ma proprio in quel momento una donna, passando nei paraggi e vedendolo appoggiato sull’orlo del pozzo, urla spaventata “Cosa fai lì figliolo? Non hai paura? Il pozzo è maledetto, l’Oscuro, che stia sempre lontano da noi, se ne è impadronito”. Il Ragazzo Senza Nome le risponde in malo modo, perché lui sta proprio cercando la Paura. Spiega alla viandante che ha abbandonato la sua casa e i suoi averi per cercare la Paura e vedere cos’è e com’è fatta! La donna sconcertata dai modi e a dall’audacia di quello straniero, riprende il suo viaggio e proprio nello stesso istante, la testa un serpente enorme viene fuori dal pozzo, mostrando al Ragazzo denti così aguzzi, da far rabbrividire chiunque. Il giovane non si perde d’animo, lo afferra per la gola e con tutta la forza lo tira fuori dal pozzo, sbattendolo per terra e uccidendolo. “Niente di nuovo nemmeno qui” sussurra il Ragazzo Senza nome, riprendendo il suo cammino…

Streghe di Virgjil Muçi è un delicato viaggio sulle ali della fantasia, che sfiora scorci di realtà. Cos’è la Paura? Esiste davvero? Com’è fatta? Il Ragazzo Senza Nome deve scoprirlo, la sua curiosità va oltre le spiegazioni di sua madre, ha bisogno di vedere con i suoi occhi e di tastare con le sue mani. Che sembianze avrà la Paura? Cosa potrà dirgli? Ed ecco l’inizio di un rocambolesco viaggio, che lo porta sino alle porte di una città deserta, popolata da poche anime che vivono nel terrore. L’uomo più ricco del posto è morto non lasciando eredi e chiunque su ordine del Re faccia la guardia ai suoi averi, al mattino viene ritrovato morto. Gli abitanti sono terrorizzati, tanto che nessuno vuole più accettare l’ingrato compito. Il Ragazzo Senza Nome, che non conosce la Paura, si offre come guardiano, lasciando tutti esterrefatti. Inizia così un altro viaggio del giovane, in storie del passato, che provengono dagli inferi, storie di streghe e anime di donne comuni, i cui intenti malvagi vengono spesso sconfitti dalla capacità intuitiva di uomini semplici. Un’altalena di emozioni quella disegnata da Muçi, in una fiaba adatta a grandi e piccini, in cui stupore, divertimento e quel mistero dorato che allieta le belle favole, fanno da deliziosa cornice alle storie narrate. Il giovane, in quella strana casa, ha a che fare con quattro figure, i cui abiti lo scrittore albanese ha voluto identificare con quattro colori differenti: bianco, nero, rosso e verde, lasciando nelle mani dell’uomo vestito completamente di verde, colore della speranza, il finale della fiaba. Alquanto singolare il modo di affrontare il mondo delle streghe da parte di Muçi: niente calderoni, niente cappelli appuntiti o pozioni magiche. Anime è la parola d’ordine: anime di donne comuni, di giorno moglie e madri devote e di notte spiriti malefici e crudeli, vinti dalla semplicità e dalla più ingenua delle intuizioni. Streghe è una bella fiaba, dalla trama semplice ma ben articolata, e con uno stile narrativo singolare, capace di catapultare il lettore in quell’epoca, in quella casa, in compagnia di quei personaggi. Ritroviamo in Streghe una scrittura sinuosa e serena, diversa da quella che abbiamo imparato a conoscere ne La Piramide degli spiriti, intrisa di ironia se pur potentemente sofferente. Scavando e guardando oltre le magiche storie narrate, Streghe è una favola a tutti gli effetti, che si presta a una duplice, quanto sottile chiave di lettura, riassumibile in due domande: cos’è davvero la Paura? Quanto ci protegge e quanto ci blocca? Quesiti a parte, è una favola da leggere per tornare un po’ bambini, sulla scia della magica immaginazione.



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