Sul confine dell’impero

Sul confine dell’impero

Storicamente l’attuale Gran Bretagna non fu chiamata Britannia sin dal principio. I greci, almeno dal IV secolo a.C. la conoscevano come Albion, che originariamente indicava la tribù iberica degli albioni, per definire in seguito le isole britanniche. Plinio il Vecchio tramanda che il nome Albion cadde poi in disuso a favore di Prettannia o Brettannia, descritta come un luogo difficile da raggiungere, spaventoso e minaccioso, almeno fino all’arrivo di Cesare intorno al 55 a.C. Le prime notizie risalgono a Pitea di Marsiglia, ma Strabone, tra il I secolo a.C. e il I d.C., le considera di scarsa attendibilità. Molte delle fonti sull’isola risalgono ai primi due secoli d.C., quando ormai non era più un luogo così remoto. Dopo le spedizioni di Cesare si apre un dialogo tra il mondo romano e la Britannia, vengono aperte nuove vie commerciali e gettate le basi per un futuro patronato politico romano su quelle terre, al di là delle frontiere imperiali nel nord Europa. La romanizzazione della Britannia centro-meridionale avviene rapidamente, mentre l’espansione a nord porta a fissare la frontiera settentrionale nella valle del Tyne e alla costruzione di una serie di forti, tra cui quello di Vindolanda, sulla linea della Stanegate. Adriano pone fine alla politica di espansione, dedicandosi al consolidamento delle frontiere, e nel 122 d.C. ordina la costruzione del Vallo, tra le attuali Newcastle e Carlisle, un muro lungo circa ottanta miglia romane, oltre il quale il potere di Roma non andava. Successivamente, seppure per una sola generazione, fu operativo anche il Vallo di Antonino, a circa sessanta chilometri di distanza, ancora più a nord, il punto estremo dell’espansione romana in Britannia…

Che Sandro Matteoni sia uno storico militare emerge con tutta evidenza dal suo lavoro Al confine dell’impero. Imprese militari e vita quotidiana dei soldati di Roma, un approfondito saggio sulla vita delle legioni militari romane a Vindolanda, uno dei forti sul confine dell’impero nel nord della Britannia. L’autore parte dal “miracolo” archeologico del ritrovamento delle tavole lignee, sepolte dagli ausiliari della coorte nona dei Batavi, in un’area del forte che ne ha consentito la conservazione (un “pozzo umido”, come lo definiscono gli archeologi, in cui è difficile la formazione e la crescita di batteri aerobi, responsabili del degrado di materiali organici, come il legno). È stato Robin Birley a riportare alla luce le “tavolette di Vindolanda”, un complesso di testi che descrivono la vita e l’organizzazione amministrativa e militare dei reparti acquartierati al forte, ma anche lettere private, notazioni e appunti di soldati, ufficiali e sottufficiali. Si tratta dell’archivio della IX coorte dei Batavi, stanziati al forte per dodici anni (prima di unirsi all’esercito di Traiano sul basso corso del Danubio per condurre la seconda campagna in Dacia), e in parte della coorte dei Tungri, che li hanno preceduti. Oltre ad un’accurata e dettagliata ricostruzione storica, il libro analizza diversi frammenti delle tavolette, a partire dai quali l’autore affronta vari aspetti, organizzativi, militari, culturali, religiosi, concernenti i rapporti con i nativi e la vita quotidiana all’interno del forte. Interessante l’esegesi delle fonti. Per questo libro di storia e di storia-militare, le cui pagine sono dense di nozioni, l’autore opta per un linguaggio divulgativo, mantenendo il rigore scientifico.



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