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Sul filo di lana

Sul filo di lana

Quale donna non ha imparato a “lavoricchiare” ai ferri sin da piccola, avendo qualcuno in famiglia che sfornava sciarpe, cappelli, maglioni e guanti? Vuoi per curiosità, vuoi per spirito di emulazione, vuoi perché lo fa la nonna... Si comincia dalle prime “mosse”: come si tengono i ferri, come si tiene la lana, un filo che non deve mai tirare troppo, ma nemmeno troppo poco! E vogliamo parlare dei buchi che si creano quando si perde una maglia? Poi con gli anni si cresce e questo prezioso sapere, che ti lega indissolubilmente alla persona che te l’ha insegnato, lo trasferisci ad altri, magari un’amica, o quelle donne che cercano supporto e aiuto in una qualche organizzazione. E mentre si sferruzza tutto è possibile, chiacchiere, ricordi, fantasie, lavori fatti e finiti per qualcuno a cui si vuol bene... e tutto al ritmo di “dritto e rovescio”. Un lavoro in grado di insegnarti a vivere, a capire, a saper tornare indietro per risolvere i tuoi errori, avendo il coraggio anche di disfare tutto pur di rimediare! Ma chi si è inventato quest’arte? In Inghilterra il verbo “to knit” appare soltanto nel Quattrocento, certamente “tessere” e “filare” sono di molto antecedenti. Ma c’è di più: sicuramente lavorare a maglia era un’arte proletaria, per esempio ad uso e consumo degli antichissimi pescatori che si inventarono un modo per fabbricare le reti da pesca, utilizzando in pratica una forma rudimentale di lavoro a maglia, certo con un solo ferro, una specie di grosso ago che di sicuro testimonia come sin dall’inizio si è sentita l’esigenza di manufatti artigianali di vario tipo. E poi il più antico frammento di maglia risale al 6500 a.C. ed è stato rinvenuto in una grotta in Israele. Ma proprio perché lavorare a maglia era l’arte dei poveri, Penelope, nobile moglie di Ulisse, tesseva...

È un percorso interessante quello tracciato da Loretta Napoleoni, celebre giornalista specializzata in economia e politica che qui però non è alle prese con il racconto della globalizzazione o della crisi in Medio Oriente come ci ha abituato finora. Indipendentemente dal sapere o meno lavorare ai ferri. Certo, per i modelli con relative spiegazioni che appaiono ad ogni fine capitolo e che fanno riferimento a cappelli, gilet, bikini, ecc. è quanto meno indispensabile, se si pensa o si desidera riprodurli. Insomma, almeno una piccola base serve, ma per il resto della lettura non è necessario averne i rudimenti per essere in grado di apprezzarne le curiosità, la storia, le leggende, i paralleli che vengono suggeriti e proposti. Ma è estremamente piacevole scoprire le Ande con i manufatti tipici e conosciuti in tutto il mondo, attraverso le specifiche capacità delle donne che filano quella stessa lana che raccolgono a mano negli allevamenti di pecore e che si contraddistingue nelle tipologie a seconda delle aree del corpo degli ovini da cui proviene (quella del collo, ad esempio, ha una consistenza molto sottile). Non mancano aneddoti di vita vissuta che contribuiscono a rendere la lettura ancora più piacevole o curiose notizie economico-storiche che ci permettono di riuscire a inquadrare con maggior dovizia di particolari l’argomento che si arricchisce così di peculiarità con il trascorrere dei secoli, spostandosi da un Paese all’altro. Un’attività che, al di là delle curiosità e degli aspetti storici e antropologici, se si lavora in compagnia, permette di condividere spazio e tempo, di conoscersi, di raccontarsi magari, di passarsi consigli, ricette, schemi di lavoro e il tutto proprio mentre si sta lavorando ai ferri. Belle e delicate le illustrazioni di Alessandra Olanow.