Sul riccio

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Uno scrittore, già autore di numerose opere edite e di altrettanti progetti abbandonati, decide che è arrivato il momento di scrivere un’autobiografia. Sulla sua scrivania è tutto pronto, ma ecco che si presenta un imprevisto invalicabile: un riccio “naïf e globuloso” sta dormendo sulla sua postazione di lavoro. Com’è giunto fin lì? Che ce l’abbia piazzato qualcuno per boicottarlo? Magari Militrissa, la sua ex russa, o un letterato avversario? Lo scrittore è irretito. Osserva il riccio, lo descrive, medita su come liberarsene e già immagina lo scandalo e il dileggio che deriveranno dall’essere inquadrato – dal pubblico, dalla critica – come lo scrittore che va in giro con un riccio naïf e globuloso sulla spalla. Mentre getta nel camino acceso i suoi manoscritti (tra cui il più ambizioso e intimo, Vacuum extractor), considera persino l’ipotesi di lanciare tra le fiamme anche il riccio, ma non ne ha il cuore. E poiché, come dice Sun Tzu, per annientare il nemico è necessario conoscerlo meglio di chiunque, piuttosto che mettersi a lavorare altrove lo scrittore persevera nella sua analisi dell’animale, rifacendosi alle descrizioni dei primi naturalisti, da Topsell a Buffon, o a quelle di Shakespeare. Non c’è fine, però, a ciò che si può dire a proposito del riccio, e per quanti aneddoti personali possano venir fuori collateralmente – la nascita traumatica, le molestie subite da numerosi preti o qualche altro “doloroso segreto” – il risultato sarà comunque più vicino alla biografia di un riccio che a quella di un uomo…

Sul riccio è un romanzo difficile, quasi puramente concettuale. Il vincolo formalista più evidente è l’auto-imposizione a inserire la formula “riccio naïf e globuloso” almeno una volta ogni dieci righe. Il riccio è una metafora del blocco dello scrittore, ma anche del romanzo e del suo autore che si chiudono in sé e mostrano gli aculei quando percepiscono un pericolo, in questo caso la limitazione della libertà creativa. Lo scopo è quello di parodiare l’autofiction, genere letterario nel quale lo scrittore, divenuto protagonista e argomento, strumentalizza il proprio “doloroso segreto”, “tira fuori le sue trippe e le mette sul tavolo” e “se siete alti avrete la fortuna di vederlo dietro quel mucchio di interiora, rizzato sulla punta dei piedi, che agita la mano e si indica con il dito”. Presto, però, subentra una logica dell’assurdo che rimanda a Jarry o a Ionesco, diventa impossibile prevedere la divagazione successiva e si ha l’impressione che il testo si materializzi soltanto tramite la lettura, come succede con certi testi di Beckett o Bernhard: d’altronde anche Chevillard è un drammaturgo, e Sul riccio può essere letto come un monologo teatrale. Il punto di forza è una voce narrante simpatica, veicolo di un umorismo non sempre accessibile e spesso basato sui voli pindarici. Chevillard vuole divertire il lettore, sia con l’istrionismo, sia illudendolo, di tanto in tanto, che sia arrivato il momento di una piega narrativa realista (vedi i ricordi delle molestie che si trasformano in un’agghiacciante barzelletta, o i viaggi intorno al mondo messi in dubbio dallo stesso autore: “O l’idea non vi sfiora neppure che io sia andato laggiù, in Guadalupa, con Méline?”). L’enciclopedismo è alimentato da attribuzioni mistificate: in Sogno di una notte di mezza estate e nella Tempesta di Shakespeare, per esempio, sono sì nominati degli “hedgehogs”, ma non sono di certo “naïf e globulosi” come sostiene la voce narrante; stesso discorso per le citazioni naturalistiche da Pierre De Beauvais e altri, alle quali vengono puntualmente innestati i due soliti attributi, mentre è più arduo verificare le affascinanti nozioni tratte da testi di difficile consultazione (“È Buffon che per primo udì il ticchettio che fanno le estremità dei suoi aculei urtandosi, quando l’animale si appallottolo, come un rumorino di ferri da calza”). Chevillard mira a distruggere ogni cliché e sabotare qualsiasi traguardo conseguito: il risultato è che Sul riccio si oppone a qualsiasi catalogazione. Viene da pensare all’Innominabile (1953) di Beckett, nel quale la voce narrante, priva di corpo e vista, riflette sulla propria identità, sulla credibilità dei personaggi e sulla possibilità di raccontare l’esistente; oppure a Museo del Romanzo dell’Eterna (1941-1975), nel quale Macedonio Fernández intraprende il suo romanzo perfetto dopo 57 prologhi in cui ne illustra le ipotetiche caratteristiche; o ancora all’Uomo che dorme (1967) di Perec, in cui l’autore, attraverso la seconda persona, intrappola il lettore nel sonno di uno studente nichilista. Sono romanzi fatti di attesa, digressioni e auto-impedimenti, o, più facilmente, antiromanzi. Ogni antiromanzo, però, è un caso a sé, e Sul riccio è più a sé di molti altri. Dal 1987 a oggi il prolifico Éric Chevillard (classe 1964), denominato “l’inclassificabile”, ha dato alle stampe quasi quaranta opere; oltre a Sul riccio, in Italia sono usciti Palafox, del 1990, e Sul soffitto, del 1997, entrambi per Del Vecchio, rispettivamente nel 2019 e nel 2015. In patria Chevillard ha ricevuto numerosi riconoscimenti ed è pubblicato da Minuit, da sempre attenta alla letteratura sperimentale. Da noi è ancora poco noto, ma ha le carte in regola per diventare un autore di culto. Sul riccio, nello specifico, è consigliato ai lettori desiderosi di essere stupiti e pronti a raccogliere le sfide.

 


 

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