Sulla scrittura

Sulla scrittura

1945. Fine ottobre. Rispondendo a Hallie Burnett, codirettrice della rivista “Story”, che ha appena rifiutato la pubblicazione di una sua poesia, un giovane Charles Bukowski si dice sinceramente ammirato dai commenti dei loro lettori di manoscritti. Lo è al punto da chiedere – visto che come al solito si trova al verde e senza lavoro –, di poter egli stesso concorrere ad un posto da lettore in un futuro prossimo. Un paio d’anni dopo in un’altra missiva a Whit Burnett Buk spiega come scrivere romanzi per il momento non sia cosa che lo attragga particolarmente. Anche se nella sua testa gira un’idea: potrebbe scrivere di un operaio, di gente dei ceti bassi: una storia che parli di fabbriche, di città, di brutture e ovviamente di sbornie. Ma le preoccupazioni personali che lo attanagliano al momento non gli consentono di dedicarcisi con la giusta serietà e determinazione. Una decina di anni dopo in una lettera a Ely Harper troviamo un Bukowski ancora alle prese con rifiuti e dinieghi. È un trentaseienne per niente rassegnato o scoraggiato e anzi sembra fare il punto sulla sua produzione artistica. Dice che a quell’età ha alle spalle un solo racconto pubblicato su una rivista, qualche altra poesia pubblicata qua e là, poi per quasi dieci anni la sua situazione psicofisica non gli ha praticamente consentito di scrivere altro, visto che oltretutto c’è quasi rimasto secco dopo essere stato ricoverato con la pancia che zampillava sangue, retaggio di un periodo votato quasi esclusivamente al bere. Si compiace anche con lui per la proposta della signora Hills che gli ha pubblicato una poesia sulla rivista spagnola “Quixote” chiedendogli di collaborare come redattore, esperienza che ha accettato per un periodo e che gli ha consentito di verificare come il mondo sia zeppo di scrittori che scrivono ma che sono assolutamente incapaci di farlo, eppure imperterriti continuano a vomitare banalità, cliché sull’amore, poesie sulla primavera o trame che sarebbero potute andare bene nel 1890. L’ultima lettera, a pochi anni dalla morte, scritta a Joseph Parisil, mostra un Bukowski emozionato per vedere finalmente dopo quarant’anni una sua poesia pubblicata sulla rivista “Poetry”...

Cinquant’anni di corrispondenza di Charles Bukowski sul tema della scrittura meticolosamente selezionata da Abel Debritto per celebrare il centenario della nascita di una delle voci più “contro” del vecchio secolo. Il vecchio cinico, burbero, ubriacone trasformato nel tempo ahinoi egli stesso in quello che lui più odiava, ovvero in un cliché (oggi addirittura in versione meme riprodotto in loop sui social con vomitevole frequenza condito da frasi quasi mai sue, peraltro), sembra qui, nell’intimità di queste lettere lasciare il posto all’uomo Bukowski. Non certo meno cinico, caustico, tagliente, pronto sempre a scagliarsi contro il conformismo di una letteratura ai suoi occhi ormai stantia, ma capace allo stesso modo di esaltare i suoi miti, Celine, Fante, lo stesso Miller con cui ha una specie di timida ritrosia nell’approcciarsi pur detestandone alcuni tratti, e soprattutto di manifestare tutto il suo folle amore per la scrittura. E a parte i primi anni dove il bere lo ha quasi ucciso, in età matura dimostra di possedere anche quella necessaria meticolosità e disciplina nello scrivere, certo non maniacale come un Hemingway ma comunque continua e assidua. Quasi sempre di notte, con la sua fedele macchina da scrivere – quando se n’è potuta permettere una, altrimenti a penna – l’immancabile birra o vino, sigarette a volontà e le note soavi di musica classica a sgorgare da una vecchia radio a fargli compagnia. Mai asservito a logiche commerciali, mai intenzionato a scrivere per lisciare il pelo al suo pubblico o peggio ancora alla critica, alla fine quel che è certo è che il buon vecchio Buk sia in veste di scrittore che in queste fitte e per certi versi sorprendenti corrispondenze più riflessive, alla fine non delude mai.



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