Tempesta di ghiaccio

Tempesta di ghiaccio

“Nello stato più prospero del Nordest”, in un quartiere residenziale alla periferia di una graziosa cittadina americana, in una casa signorile come tante altre nella zona, nella camera degli ospiti della famiglia Williams, il quasi quarantenne Ben Hood attende la donna con cui da un po’ di tempo ha una relazione extraconiugale. Lui abita a qualche centinaio di metri di distanza. Lei è Janey, la proprietaria di casa, che si è allontanata per andare a mettersi il diaframma. Nel giorno del Ringraziamento, la festa americana per eccellenza, quella da cui inizia ufficialmente la stagione delle festività e in cui lo spirito familiare è più importante del tacchino che viene servito, la casa è stranamente silenziosa. Quell’attesa snerva Ben, che ormai ha visto la sua erezione sparire completamente. Non sa in realtà dove sia finita Janey e perché ci metta così tanto, ma è sicuro di una cosa: quella donna riesce sempre a farlo sentire un amante impetuoso e quel letto di combattimento ne è la prova. Non che lui non ami sua moglie Elena, anzi, se dovesse scegliere, sa bene che preferirebbe sempre la donna che gli ha dato due splendidi figli, ma quel rapporto fuori dalle mura domestiche lo fa sentire eccezionale. A ben guardare, “la famiglia era una cattiva idea che […] aveva coltivato per la semplice ragione che a quei tempi non giravano molte altre idee”…

Alla sua uscita negli anni ’90, questo romanzo di Rick Moody presentò un’America disillusa e diversa da quella che si presentava sulle riviste patinate. Parlava sì degli anni Settanta, ma gli aspetti di fondo che sono alla base delle vicende raccontate rimanevano gli stessi. Le crepe erano visibili a occhio nudo bastava solo saperle guardare. Una tempesta di ghiaccio è in grado di fermare tutto in maniera effimera ma il marcio rimane esattamente lì dove era. È evidente che molta produzione letteraria o cinematografica deve a Rick Moody la sua spietata attenzione ai dettagli, raccolti per sottolineare come non ci si può riposare sugli allori di un passato che affonda le radici in ipocrisia e gratuita leggerezza. A tutti gli effetti, è un romanzo statunitense, denso di rimandi e riferimenti ad eventi, oggetti, pubblicità, prodotti di marketing e politiche governative, che per un lettore straniero possono spesso rappresentare fonte di frustrazione o di nervosismo. L’autore non procede mai di sottrazione nei suoi romanzi e, anzi, tende nella maggior parte di essi ad aggiungere elementi e livelli narrativi a fare da contorno alla storia raccontata. Nel 1997, Ang Lee ne ha tratto un film, che non ha avuto il successo di pubblico sperato, ma che ha ricevuto diversi premi internazionali, soprattutto per la sua sceneggiatura e per le interpretazioni straordinarie di Sigourney Weaver nei panni di Janey Carver e di Christina Ricci, perfetta in quelli di Wendy Hood.



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