Salta al contenuto principale

Teorie della comprensione profonda delle cose

Teorie della comprensione profonda delle cose

Toni Dattero è un giovane aspirante poeta, sicuro del proprio talento e assetato di vendetta nei confronti del Pelato, un sodale che ai tempi degli studi l’ha “tradito” abbandonando la bohème per piegarsi al mondo accademico; Toni pubblica le sue poesie su un blog ed è convinto di essere già letto in tutto il mondo quando l’editore Paolo Mestiere, della Mestiere edizioni, lo invita a raccogliere le sue composizioni in un concept book da pubblicare previo un contributo di mille euro: Toni accetta, euforico, e già pregusta la sua vendetta. Nel frattempo l’autore del famigerato blog Teorie della comprensione profonda delle cose dà lezioni private a Max, suo fan dodicenne e geniale che a scuola si spaccia per un alunno pessimo e che in separata sede discetta di neuroplasticità e Athanasius Kircher. Ma a Paesone, la città che ospita questi tre individui, si aggira anche un tossicodipendente soprannominato Pagnotte e convinto di essere una sorta di Don Chisciotte. E poi c’è l’uomo vuoto, un trentacinquenne disgustato da tutto e da tutti che vive coi suoi “vecchi”, si autoinfligge tv spazzatura e pensa che l’umanità dovrebbe estinguersi. Queste esistenze non sono semplicemente destinate a incrociarsi, ma sembrano far parte di un unico riluttante tentativo di dar senso al caos...

Teorie della comprensione profonda delle cose è un’opera ambiziosa, acuta, politicamente scorretta, spesso divertente e lodevolmente ostinata. Se si esclude il confronto tra l’autore del blog e il suo pupillo (che somiglia a un dialogo tra due versioni dello stesso personaggio), il testo spicca per la differenziazione di stile e registro delle sottotrame principali: le vicende di Pagnotte riprendono quei cliché del poema cavalleresco già parodiati da Cervantes; la dimensione dialogica dei siparietti con Max brilla per ironia, cattiveria, verbosità ed enciclopedismo; l’uomo vuoto è mosso da un preciso cannibalismo; ma è nelle parti dedicate a Toni che Palomba osa di più, proponendo un narratore onnisciente totalmente allineato allo sguardo ingenuo del poeta e portando avanti una pantomima la cui comicità deriva proprio dall’assenza di punti di vista più lucidi. Il primo impatto con il libro può disorientare, complice una certa frammentarietà e il ricorso a determinati espedienti postmodernisti (come due pagine di elenchi di parole chiave per lo più oscene), tant’è che persino l’autore sente il bisogno di rassicurarci: “Affidati, lettore, affidati e lasciati guidare. Sospendi per un attimo i dubbi, porta pazienza, divertiti, immergiti. Smarrisciti perfino, qui e più avanti, senza però mai perderti d’animo. Non so ancora come ma, in qualche maniera, ne verremo fuori”. Si viene anche rincuorati da una finta dichiarazione d’intenti: “[...] l’intento di Teorie della comprensione profonda delle cose, in fondo, è sempre stato questo: mettere insieme, secondo il caso e il mio gusto, una serie di storielle, più o meno sensate, più o meno divertenti” (perché “al contrario “cercare di dare forma al caos in base a uno schema mentale, tentando di fare ordine e di giustificare” sarebbe “un atto di insopportabile superbia e risibile ingenuità”). E così, sulle prime, questo caos apparente diventa il terreno fertile (e autolegittimato) per diverse provocazioni, tra cui atrocità “nascoste” in nota (la descrizione di uno dei video di torture e omicidi dei quali il protagonista si dice “avido fruitore e collezionista”), picchi di politicamente scorretto (le descrizioni di un ragazzino Down a opera dell’“uomo vuoto”) e cenni di antinatalismo, limitato però a osservazioni ironiche al di sotto del livello generale (“per riprodursi ci sarebbe bisogno di un patentino”). Ma cinismo, oscenità e blasfemia sono uno specchietto per le allodole (“Non è che mi piacciano davvero quelle cose [...] Le scrivo per divertimento”). Presto l’alternanza tra le varie dimensioni narrative si rivela equilibrata e godibile, l’apparente nonsense rivela un certosino lavoro di scrittura e documentazione, e il mondo narrativo che si va delineando sembra animato dallo stesso afflato che, secondo Max, portò Kircher a creare “un anti-universo coerente, sostanzialmente buono, tra le cui meraviglie è bello vagare e perdersi perché ognuna lo riflette in se stessa”. Se Paesone ben riassume le pochezze di una nazione provinciale e si presta ad allegorie più ampie (“Chiesa e Municipio furono sempre uniti nella gestione e nella guida delle docili pecorelle del paese”), impressionante risulta lo sforzo pseudo-filologico compiuto per ricostruire le vicende storiche connesse alla torre emblema di Paesone: qui autori, testi e personaggi realmente esistiti si mescolano con altri di finzione (o in alcuni casi titoli reali vengono declinati all’universo narrativo dell’opera), dando vita a un pastiche affascinante quanto verosimile. In tutto questo, e soprattutto quando è in scena Toni, non si perde mai di vista l’obiettivo umoristico (molto riuscite, in tal senso, sono le stoccate satiriche sull’editoria truffaldina). Teorie, segnalato dalla giuria del XXX Premio Italo Calvino, è un testo colto, concettuale e composito che si rivolge principalmente a chi dalla letteratura vuole essere spiazzato, scosso e persino disturbato.