Terra rossa e pioggia scrosciante

Terra rossa e pioggia scrosciante

Abhay è un giovane hindustano che torna a casa dopo il periodo trascorso a Washington per frequentare l’università. I due mondi sono così diversi e contrastanti e lui si sente spaesato e anche arrabbiato per quel mondo irrazionale e fortemente in contrasto con la razionalità vissuta negli Stati Uniti per anni. Molte delle cose che prima erano scontate ora diventano ostiche. Anche sopportare la presenza di una vecchia scimmia che ruba i suoi jeans e riceve in cambio cibo è una cosa così insopportabile da portarlo a spararle, ferendola gravemente. I suoi genitori, Mrinalini e Ashok Misra, insegnanti, sono terrorizzati e arrabbiati per il gesto del figlio, perché il dio Hanumān, con sembianza di scimmia, protegge quegli animali e loro ne temono la vendetta. Così decidono di curare la vecchia scimmia dispettosa, sperando di salvarla. La scimmia, grazie all’esperienza di dolore, che l’ha portata fino alla morte, prende coscienza della vita precedente da lei vissuta e ricorda di essere stato Pashar o Sanjay, di rispettabile famiglia brahmana, un poeta. Davanti agli occhi esterrefatti di tutta la famiglia Misra, la scimmia-poeta, usa la vecchia macchina da scrivere del padre per parlare di sé. Proprio in quel momento appare Yama, il Dio della Morte, che ha un vecchio conto con lui e pretende la sua vita, dicendogli che la sua nuova reincarnazione sarà in una lumaca. In suo aiuto arriva prima il Dio Hunumān e poi il Dio elefante, Ganesha, colui che rimuove gli ostacoli: i due propongono un patto a Yama per salvare la scimmia- Pashar. Il patto è che lui racconti ogni giorno una storia, che deve durare due ore, e nessuno deve annoiarsi. Così la scimmia comincia a scrivere le sue storie di uomini coraggiosi e avventure favolose nei luoghi esotici dell’Hindustan e, quando è stroppo stanca per completare le due ore di narrazione pattuite, in suo aiuto arriva tutta la famiglia Misra: Abhay, il figlio, che racconta le sue esperienze di studente universitario, i coniugi Misra che raccontano la vera storia dell’Hindustan e ancora altre storie che ogni giorno allungano la vita di Pasher...

Il romanzo è una lunghissima narrazione, (quasi 800 pagine) in cui una storia di cornice raccoglie una serie di storie infilate una dentro l’altra, come piccole scatole cinesi. Un ampio e colorato mosaico ricco di un numero enorme di tessere, i fili intrecciati di un grande arazzo che porta in mondi lontani, esotici e così diversi dal mondo occidentale, dalla sua filosofia e dalla sua visione razionale. Per riuscire ad appassionarsi a questa lettura incredibile e mirabolante, bisogna abbandonare le vesti concettuali del razionalismo e tuffarsi nel mondo magnificente del credo hindusta, nella cultura indiana, aperta all’ignoto, all’impossibile. La scelta narrativa fa subito pensare alle Mille e una notte e sembra avere l’intenzione di essere un viaggio purificatore che allontani la morte e porti alla luce ciò che si è stati e ciò che si può essere, oltre i limiti del pensabile. Si assiste alla nascita delle storie, a come esse provengano da noi, dalla nostra esperienza passata ma anche dalla storia dalla quale veniamo e che viviamo, di come le storie sostengano le vite degli uomini. La scrittura è colta e raffinata, ma si adegua alle narrazioni, sofisticata se racconta di vicende in cui i personaggi e gli ambienti lo sono, semplice e diretta se si parla del presente, dura e scontrosa se si raccontano vicende scabrose di guerre. Niente è lasciato al caso e il narratore tiene salde tutte le storie, rendendo il tutto un continuum ben orchestrato. Certo non è semplice tenere a mente tutti i nomi dei personaggi che interagiscono ed entrano nella storia; è altrettanto complicato destreggiarsi tra i vari miti e le varie divinità dell’induismo, così come è quasi impossibile arrivare a immaginare cosa sia un pīpal. Indispensabile è il saper accettare come possibili eventi straordinari e impensabili, accettarli come veri, rinunciando ad ogni tentativo razionalizzante. Solo lasciandosi andare la propria immaginazione senza vincoli, il racconto è vivibile, pur nella sua gigantesca lunghezza che si costruisce non solo per la molteplicità dei racconti, ma anche per una sovrabbondanza di descrizioni, rimpinzate da innumerevoli aggettivi, che rendono la scrittura sovrabbondante e lenta. Ci vuole perseveranza e coraggio per leggere questo romanzo, così al di fuori della modalità di pensiero occidentale, ma è ripagante. Questo è stato il primo libro di Chandra, ottenne grande successo nel mondo anglosassone e vinse il Commonwealth Writer Prize for Best First Published Book e il David Higham Prize for Fiction. Chi si ritrova la prima edizione edita da Instar Libri, con copertina gioiello, ha un vero tesoro, un pezzo artistico che ben rende la complessità della narrazione.



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