Salta al contenuto principale

Testimone inconsapevole

Agosto 1999. Un bambino di nove anni, Francesco Ciccio Rubino, figlio di un ingegnere e di una insegnante di educazione fisica, viene rapito in spiaggia vicino alla casa dei nonni, in una contrada di Monopoli, ucciso e gettato in un pozzo. Arrestano un giovane ambulante senegalese, Abdou Thiam, bello e gentile, maestro in patria, aspirante psicologo in Italia. Sembra avere un destino processuale segnato di pochi mesi: difesa d’ufficio, rito abbreviato, venti anni e non se ne parli più. Durante quei mesi nel capoluogo sta attraversando una pessima fase il cinico avvocato penalista 37enne Guido Guerrieri, elementari dalle suore, ginnasio, poi le palestre di boxe, la professione e il matrimonio, accanto a vino rosso, caffè americano, Marlboro e Mercedes, molto cinema e letteratura. Sta ragionando sulle proprie vigliaccheria e mediocrità, rinfacciategli pure dalla moglie Sara che lo ha appena lasciato, dopo dieci anni nei quali aveva preferito tradirla spesso e volentieri. Non hanno figli, si sente proprio male. Ha attacchi di panico, crisi di pianto, allergia all’ascensore e ai giornali, depressioni varie per i troppi clienti ladri e truffatori, infime produttività e affidabilità. Comunque non smette mai di allenarsi fisicamente con un avversario inanimato, Mister Sacco (da pugilato), per scaricare e misurarsi, affinando l’arte della guerra. A febbraio 2000, una giovane imponente severa agronoma egiziana gli chiede di difendere l’imputato, qualcosa riuscirebbero a pagarlo, non molto. Il caso è un grosso rischio nel clima politico anche di quegli anni. Guerrieri accetta l’incarico come occasione e tentativo (in parte inconsapevole) per una prima parziale rinascita, dal cui successo dipenderà comunque anche il futuro del cliente. Gestisce bene i riti giudiziari, rischia la Corte di Assise, alimenta i dubbi dei giurati sui pochi indizi, cerca eventuali testimoni (inconsapevoli?), tenta insomma di riscattarsi. Sia con il cliente incarcerato che con la moglie separata…

Il premiato esordio letterario di Giovanni Enrico “Gianrico” Carofiglio (Bari, 1961) è un gran bel romanzo, misurato e compatto. Guerrieri non nasce come personaggio di una serie; l’autore era allora magistrato, sostituto procuratore presso la Direzione Distrettuale Antimafia di Bari (già sposato con Francesca, la coppia aveva due figli) e scelse un punto di vista diverso sui processi, non certo coincidente con il suo. Non a caso l’ambientazione principale è un’aula di tribunale. Guerrieri diventerà poi il protagonista ricorrente di alcuni dei suoi romanzi, sei fino al 2020. La gestazione del testo della prima avventura risale ai nove mesi precedenti il maggio 2001 e a un fortunato insieme di circostanze personali. Circa un anno dopo Elvira Sellerio chiamò per annunciare la prossima pubblicazione. La narrazione è in prima persona al passato, nel personaggio molti si sono sempre più identificati: poco eroico, efficiente combattente, capace di scuotersi e migliorare. Il delitto è atroce, ogni spiegazione appare improbabile (non ci sono tracce di violenza sessuale), un colpevole serve, interrogarsi con acume ci istruisce anche a interrogare altri con gli opportuni ordine, parole e frasi. In esergo e sulla maglietta bianca a mezze maniche del nuovo (non scontato) amore Margherita c’è una frase di Lao-Tse da Il libro della Via e della Virtù: “Quella che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla”.