Tocaia Grande

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Brasile, Nordeste, molti anni prima delle celebrazioni per il settantesimo anno di Irisòpolis, città tra le più eccelse e decantate del Paese. Il capataz Natário da Fonseca, temuto e rispettato, viso da indio, occhi piccoli e impenetrabili, cavalca a dorso di mula di fianco al colonnello Boaventura Andrade. Carriera, la sua, iniziata come responsabile della produzione del cacao nella fazenda di Atalaia, di proprietà del colonnello, proseguita come guardia personale e uomo di fiducia del colonnello. Il momento è arrivato, “la politica ribolle”, come ripete Andrade. Parola più civilizzata, “politica”, per dire che lo scontro è ormai vicino. Sta per venire al dunque la lotta tra i signori della regione, Boaventura Andrade ed Elias Daltro, vicino di fazenda, per la contesa della terra demaniale estesa tra il Nordeste e il rio das Cobras, che determinerà il futuro del Municipio di Itabuna. Una faccenda da risolversi tra loro una volta per tutte e con i mezzi appropriati: “la farsa dell’elezione doveva succedere alla decisione presa, giammai precederla”. Natário ha trovato il luogo ideale, “un posto molto conveniente” per attuare il piano: una grande imboscata, un agguato come non se n’è mai visti prima. Quando sarà tutto finito, se avranno successo, Natário sarà nominato Capitano della Guardia Nazionale e avrà finalmente un suo pezzo di terra dove coltivare il proprio cacao. Il posto perfetto per l’appostamento si raggiunge passando per la foresta vergine e arrivando in cima ad una collina, un posto meraviglioso esteso sulle due rive del fiume. Proprio lì si svolgerà la carneficina degli uomini assoldati da Daltro da parte del capataz e dei suoi, che rimarrà nella storia e nel nome della città che sorgerà in quel punto, con la benedizione del Capitano da Fonseca: tocaia grande, la grande imboscata…

Pubblicato nel 1985, uscito per la prima volta in Italia nello stesso anno, Tocaia Grande è senz’altro uno dei lavori più densi e ambiziosi di Amado. Il romanzo, ricco e variegato, segue le vicende della città di Tocaia Grande, che dagli albori macchiati di sangue delle lotte dei signori della terra diverrà prima luogo di pernottamento, in seguito “posticino vilissimo, luogo di convegno di puttanelle e butteri”, ed infine, contro ogni aspettativa, florida comunità di cui Amado si impegna a narrare vita, morte e miracoli, in quello che è a tutti gli effetti un coinvolgente epos – a volte rallentato da digressioni più faticose e complicato dai molti nomi e intrecci da tenere a mente. Meravigliosamente caratterizzata la moltitudine di personaggi che abita le due sponde del fiume, dai fondatori - il Colonnello Natário Fonseca; il bottegaio turco Fadul, primo a credere in un futuro per la cittadina; il nero Castor, fabbro dalla risata contagiosa, detto Tizzone; Pedro Zingaro, menestrello girovago e donnaiolo; e ancora, le donne di vita che abitano le baracche della Riva delle Ranocchie, come Jacinta Coroca, levatrice improvvisata, e la dolce Bernarda - alle famiglie che via via si aggiungono al primo agglomerato e che portano con sé le proprie tradizioni – dal reisado dell’Epifania, coloratissimo corteo di canti, danze e pastorelle al culto degli Orixàs del candomblé. Tra fatti e fatterelli, intrallazzi amorosi e piccoli scontri, catastrofi naturali ed epidemie senza nome e senza cura, grandi e piccole innovazioni, Tocaia Grande cresce, comunità funzionale di uomini liberi che vivono felici, in pace e reciproco aiuto, che vacillerà solo quando “la legge” deciderà di intervenire per restituirle una presunta civiltà e moralità, battendosi fino alla fine per la propria identità. Romanzo corale, sognante, divertente, crudo e nostalgico, ritratto di una terra multiforme e sempre affascinante, che evoca sin dal principio, nascosta tra le pieghe di quella malinconica magia che Amado sa trasporre così bene su carta, l’impegno sempre sentito dall’autore di tornare alla verità (non a caso il titolo originale, Tocaia Grande: a face obscura, prelude ad uno svelamento del lato dimenticato della Storia), di segnare un netto confine tra ciò che era e ciò che è, ma soprattutto di immaginare ciò che sarebbe potuto essere il suo paese: “Dico no quando dicono sì in coro unisono. Voglio scoprire e rivelare la faccia oscura, quello che è stato spazzato via, come infame e degradante, dai testi di Storia; voglio discendere fino al rinnegato inizio, sentire la consistenza del fango impastato di sangue, essere capace di affrontare e dominare la violenza, l’ambizione, la meschinità, le leggi dell’uomo civile. Voglio raccontare dell’amore impuro, quando ancora non era stato innalzato un altare alla virtù. Dico no quando tutti dicono sì, altro impegno non ho”.

 


 

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