Tolkien — La biografia definitiva

È il 1911 quando John Ronald Reuel Tolkien si immatricola alla facoltà di Literae Humaniores di Oxford dopo aver scoperto, durante i suoi anni alla King Edward, l’amore per le lingue e “il desiderio di creare qualcosa di tipicamente inglese, nello stesso modo in cui i miti greci o norreni sono specifici di quelle lingue o culture”. Il primo periodo fuori casa lo passa ad “acclimatarsi e a scoprire i propri interessi e limiti”, piuttosto che allo studio approfondito delle materie oggetto dei corsi. Per questo, quando agli Honour Moderations (gli esami che consentono il passaggio all’anno successivo, la second class) non ottiene un risultato brillante, sono gli stessi docenti a proporgli un cambio di facoltà per il bimestre successivo. E così, nel febbraio del 1913, un giovane Tolkien passa da Lettere Classiche alla facoltà di Lingua e Letteratura inglese; quest’ultima è stata fondata da poco (appena 20 anni) ed è ritenuta - a torto, ovviamente - dai contemporanei una scelta di seconda classe, essendo la letteratura considerata più un vezzo che non un vero e proprio oggetto di studio. Ma ad affascinare Tolkien è la possibilità di studiare l’inglese antico: una lingua che, nel 1914, lo porta a scrivere quello che poi sarà conosciuto come “legendarium”, ovvero un’epica “dove i suoi linguaggi inventati possono sentirsi a casa” …

Scrittore, ricercatore e appassionato di Tolkien (ad Oxford ha frequentato un corso ideato dal Professore) Raymond Edwards riesce in un’opera poderosa: ovvero riannodare le fila del grande arazzo del corpus tolkieniano. Un libro scritto con la volontà di “osservare la vita di Tolkien da tutti i punti di vista: cercare di capire come i suoi interessi accademici abbiano ispirato la sua opera immaginativa, e fare così un resoconto più approfondito dei diversi stadi sì della sua vita, ma soprattutto della sua scrittura”. Ed è in questo che l’opera di Edwards si distanzia dalle biografie considerate “tradizionali”, come per esempio il celebre La realtà in trasparenza di Humphrey Carpenter, dedicato alle lettere che Tolkien scrisse durante la sua vita. Quello che interessa Edwards è scoprire le scelte accademiche, i collegamenti tra le letture, le fonti di ispirazione che colpirono il Professore durante la sua vita e fecero sì che la Terra di Mezzo diventasse un luogo “reale”. Sorprende il lettore scoprire che fu solo una fortuita coincidenza, quella che permise a Tolkien di conoscere la filologia e innamorarsene: un compagno della King Edward, infatti, acquistò erroneamente A primer of the gothic language di Joseph Wright (docente che poi Tolkien avrebbe incontrato a Oxford) sulla lingua gotica per poi regalarlo al suo compagno di studi, Tolkien per l’appunto. La narrazione segue l’ordine temporale e si arricchisce di digressioni che permettono al lettore di avere un quadro più completo dell’ambiente accademico nel quale Tolkien si inserì. Da questo volume, il Professore emerge come una figura in costante equilibrio tra la vita pratica, che lo richiama a determinati doveri (famiglia e insegnamento soprattutto), e il suo amore profondo per la filologia e per quell’epopea che faticosamente costruisce nei suoi scritti. Ad arricchire l’opera, oltre le immagini dei luoghi frequentati e diventati poi ispirazione per i luoghi della Terra di Mezzo, una solida sezione dedicata alle note e una nutrita bibliografia, che offre non pochi titoli per chi volesse approfondire ulteriormente la figura del padre della Terra di Mezzo.

 


 

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