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Tra le tue sgrinfie

Tra le tue sgrinfie

È una strana sensazione quella che coglie l’avvocato Borrani mentre percorre l’Aurelia in Vespa al termine di una giornata di mare; qualcosa di simile a un brutto presentimento nello scorgere che quell’uomo che passeggia nervosamente sulla passatoia pedonale del cavalcavia è il suo ex compagno di scuola Aurelio Mazza. Borrani lo raggiunge, lo abbranca e, fingendo enfasi per la sorpresa di un incontro casuale, lo trascina via insistendo per un aperitivo. L’avvocato non sbagliava: l’amico d’un tempo stava considerando l’idea di farla finita. Ex imprenditore di successo ora in disgrazia, Aurelio si ritrova ad essere solo dopo aver perso la moglie, una nobile fiorentina inserita nella Livorno “bene”, ambiente dal quale lui è stato estromesso dopo i processi penali ai quali sono seguiti il sequestro dell’azienda, l’ipoteca sulla villa e debiti insanabili con le banche. Resta un rapporto astioso ed impossibile col figlio che se n’è andato di casa. Non avendo soluzioni da proporre, men che meno quella delle vie legali, Borrani considera una possibilità in extremis da suggerire all’amico: rivolgersi a “Zia Carmela”, un personaggio sfuggente che l’avvocato ha incontrato un mese prima nella sua attività professionale. Zia Carmela – così si fa chiamare un anziano e camaleontico personaggio equivoco che pare faccia il falsario di dipinti ed altro - aveva chiesto all’avvocato una villa disponibile per “appoggiare la sua mercanzia”. Perso per perso, Borrani gira il contatto a Mazza: dovrà solo recarsi a un indirizzo di Pisa, suonare il campanello di una buia e polverosa bottega di rigattiere e chiedere di “lei”, l’avvocato se ne terrà fuori. È così che Aurelio fa l’incontro con l’enigmatico/a Zia Carmela, che prende in mano la situazione offrendogli una via d’uscita... A quale patto? Firmando atti di cessione e cambiali in bianco, Aurelio consegna la sua vita nelle mani del misterioso trasformista che, accompagnato dal factotum Safik e dal cane Ciro, entra nella sua esistenza e gli affida incarichi da svolgere senza fare domande. Alla fine Aurelio si trova sollevato da ogni responsabilità di gestione e, se l’aver consegnato sé stesso a quel traffichino - usuraio? - sia una salvezza o una condanna, in fondo è lo stesso: l’alternativa non era forse il suicidio?

Fa uno strano effetto impattare con un romanzo i cui primi due brevi capitoli presentano uno stile incerto dai dialoghi senz’altro migliorabili ed avere, al contempo, la sensazione che qualcosa nell’impianto, nell’ambientazione (la via Aurelia, Livorno, Pisa) e nei presupposti, dice che vale la pena andare avanti. E infatti ne vale la pena. Una storia profonda e non banale che quando finalmente il motore prende i giri va che è una bellezza percorrendo strade che attraversano situazioni rintanate in antri seminascosti e mondi di mezzo, con l’alta borghesia di provincia che incontra il mondo sotterraneo. E c’è anche della suspense ad accompagnarci in una Pisa grigia, con una perfetta descrizione dello squallore dei quartieri che circondano le stazioni ferroviarie di ogni città. Lo stile si fa concreto ed avvolgente, con qualche arcaismo e toscanismo che non guastano, nel linguaggio colloquiale. L’ambiguità di “Zia Carmela” e del suo mondo ci cattura col fascino del ripugnante e del sublime consustanziati e, seppur con mille differenze nella statura intellettuale del personaggio in questione, quell’ambiente scuro e provinciale ci attanaglia come L’amico di famiglia del film di Sorrentino, al pari dell’impossibilità di liberarsi dal rapporto bivalente usuraio-incravattato che lega i due ad una sorta di cura reciproca dovuta al fatto che l’usuraio non ha interesse alla morte della propria vittima e che la vittima a sua volta riceve ciò di cui ha bisogno con la gratitudine effimera ed ogni volta rinnovata del beneficiato. Il protagonista, mettendo la propria esistenza nelle mani di “Zia Carmela”, si aliena la facoltà di programmarla, potendo aspettarsi in qualsiasi momento, una svolta salvifica o una condanna definitiva. E noi con lui, tanto da restare tra le “sgrinfie” delle pagine.