Trattato di medicina in 19 racconti e 1/2

Trattato di medicina in 19 racconti e 1/2

Un medico ripercorre la vita del nonno, medico anche lui, forse immortalato in un racconto di un grande scrittore per via dell’altissimo numero di arti amputati durante la guerra. Il dottor Achille Botti, specializzato in pediatria e “medico straordinario”, salva un bambino da morte certa grazie a una somiglianza del tutto casuale e ne libera un altro dal verme tenia con olio d’oliva, peperoncino e perseveranza... Le esercitazioni pratiche degli studenti di Anatomia sono inficiate dalla penuria di teschi, rubati nel tempo da studenti irresponsabili, ma per fortuna i cadaveri non mancano mai: gli stessi studenti, tra una lezione e l’altra, ne usano uno per una scommessa più che macabra... Alcuni medici affrontano l’ennesimo dilemma morale di fronte a due gemelli siamesi che non sopravviveranno... Il primario dell’ospedale universitario convoca una conferenza stampa per denunciare la pessima qualità dei wc del Paese: quelli importati dalla Grecia si sbriciolano sotto il peso di chi espleta i propri bisogni, ma quelli italiani possono addirittura uccidere... L’infermiere addetto all’obitorio, sconvolto, giura che la faida che ha portato due uomini a uccidersi a vicenda non ha avuto termine con la morte... Un assistente chirurgo viene sollevato dall’incarico per aver fatto amputare una gamba sana e i suoi avvocati tentano di difenderlo appellandosi alla statistica... Un professionista ragiona sul diritto di esercitare una professione senza essersi laureati ma svolgendo quella professione nel migliore dei modi...

Trattato di medicina in 19 racconti e 1⁄2 è una raccolta di testi narrativi, di lunghezza molto variabile, che in pochi casi rispettano le regole della forma racconto, e che forse anche per questo mantengono viva l’attenzione del lettore fino all’ultima pagina. L’autore, Arben Dedja, è nato nel 1964 a Tirana, dove ha cominciato a lavorare come urologo, e dal 1999 vive in Italia, dove è ricercatore presso l’Università degli Studi di Padova; va detto che è stato lui stesso a tradurre in italiano i racconti scritti in albanese. Dedja dimostra padronanza di stile e storytelling, ma fa anche di tutto per rifuggire stilemi e manierismo. Il risultato è che ogni episodio del suo Trattato è un evento a sé stante, in termini di forma e ambizioni. Se il libro si apre con il ricordo commosso ed efficace di un legame parentale, inscindibile dalla storia del Paese, già il secondo testo si rivela essere una breve nota biografica composta da due aneddoti ben raccontati. Segue Esercitazioni di Anatomia, il pezzo più autoindulgente della raccolta, che contiene comunque diverse perle. Poi, all’improvviso, spariscono umorismo e ironia, finora dominanti, e l’autore consegna il testo più simile a un racconto, nonché il più angosciante: Siamesi. Segue il grottesco WC, che mescola abilmente le carte di cronaca e finzione costringendo il lettore a fare ricerche sui fatti narrati. In Morgue, l’episodio meno convincente, prevalgono lo sperimentalismo formale e i contenuti surreali, segnalati dall’assenza di virgole. Amaramente divertente è Errata corrige, mentre Phallus e Piccole esplosioni sono prove di maestria legittimate dalla breve durata. Nella torre della carne è una raccolta di fugaci episodi autoconclusivi che hanno spesso in comune Fatosh, un chirurgo del Pronto Soccorso, e Losh, boss della mala di Tirana. Professioni, infine, si presta a chiudere la raccolta per via della lucidità, del tono sornione e dell’intento riepilogativo. Dedja riesce a intrattenere il lettore dall’inizio alla fine, e nonostante il campo tematico affrontato non indulge sui particolari che potrebbero disturbare gli stomaci più deboli; ma attenzione, perché nemmeno quando propone brevi siparietti di umorismo nero che fungono quasi da intervalli, nemmeno allora Dedja sta soltanto sperimentando. La medicina, che sia raccontata con realismo o con piglio allucinato, è un tema che da solo può dar senso a una narrazione, e Dedja sa sfruttare la propria conoscenza senza mai debordare nel nozionismo né esprimere una visione morale, bensì limitandosi a condurci su una realtà altra dalla quale, in qualità di pazienti, siamo soliti distogliere lo sguardo. Affascinanti, soppesati e accessibili i riferimenti alla cultura e all’identità albanesi, riassumibili in un passaggio che ben rappresenta lo spessore dell’autore: “Pensò che l’Albania, la sua Patria, fosse nata a fatica e un po’ per caso, come un dono, frutto della grande bontà di generazioni e generazioni di antenati che lo avevano raccolto nei secoli e tenuto alto con impegno. Di sicuro avevano prodotto anche del male, ma evidentemente la montagna del bene era più alta e più robusta. Poi, per decenni, era come se gli albanesi avessero prodotto sempre di più quel male che andava a erodere la grande montagna di luce e sacrifici, tant’è che quest’ultima prese a sfaldarsi di giorno in giorno senza che nessuno potesse arrestarne lo sgretolamento e, se tutto questo fosse continuato per un altro po’, se alla fine l’ammontare del male avesse superato quello del bene, la montagna sarebbe crollata e l’Albania non avrebbe più avuto ragione di esistere sulla faccia della terra”. Dedja è alla sua seconda raccolta di racconti, dopo Amputazioni prolungate (Besa, 2014), e, se queste sono le premesse, ci si augura che proponga presto un romanzo che possa farlo conoscere a una fetta più ampia del pubblico italiano, anche se di certo il suo Trattato è un modo eccellente per ingannare l’attesa.



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