Tre cavalli

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Un giardiniere zappa in silenzio: bada alle piante, le cura e le tratta con l’importanza che si meritano. Lui è un operaio dei giardini, sa che ci vuole pazienza per vedere spuntare un frutto, godere di un colore, ritrovarsi circondati da un profumo. La sua pelle porta i segni indelebili di una vita che è passata. Il suo cuore è stato formato in Argentina, terra di guerriglie, di giovani che non saranno mai vecchi, di donne che scompaiono sotto il colpo della lotta politica. Il suo unico svago sono i libri, ma quelli usati che, esattamente come lui, portano tracce di antichi compagni e si prestano meglio alla lettura in trattoria, mentre si pranza con un piatto di pasta e un bicchiere di vino, perché le pagine rimangono dove gli chiedi di stare. Quella trattoria è la sua unica occasione di sentirsi parte della società, il resto è vita a dare vita alla terra. Un giorno in quel luogo di passaggio per capomastri e lavoratori come lui, passa una donna su cui gli occhi amano posarsi. Il suo nome è Laila e anche la lingua gode nel pronunciare il suo nome. Gli dà un bigliettino di carta e inizia la loro lenta conoscenza, fatta di sguardi, spesso silenzi, racconti che è meglio non dirsi. Lui ci è abituato a non fare domande. Anche con Selim, che passa da lui a chiedergli fiori da vedere per strada in mazzetti artigianali, poche sono le parole che scambia mentre bevono un meritato caffè. Sa intendersi con il suo prossimo e comprende bene le sue intenzioni senza dover chiedergli mai di ripetere: l’Argentina, con il sangue che ha visto versare per un enorme obiettivo comune, in questo è stata per lui una scuola importante…

La vita di tre cavalli equivale a quella di un uomo. Questo dice un oste al nostro protagonista, che un cavallo l’ha già visto passare e morire nella sua avventura argentina. Di lui non sapremo mai il nome, ma non è importante e neanche necessario per comprendere la storia ed apprezzarla. Lui è tra i tanti che in quel paese ha combattuto e ha visto combattere e morire. Lì ha imparato che l’amore, purtroppo, non sempre è per sempre. Questo romanzo è un perfetto esempio della scrittura di Erri De Luca, essenziale, cesellata, fondata sulla sottrazione. In alcuni passaggi qui sembrano persino mancare gli articoli, determinativi o indeterminativi, quasi a voler rendere la storia più universale. Pur nella sua brevità non si legge tutto di un fiato, o meglio, non si vuole leggerlo tutto d’un fiato perché significherebbe perdere la preziosità di ciò che si sta leggendo. Spesso ci si ritrova a tornare indietro, a rileggere un passaggio. I “dialoghi” (le virgolette sono d’obbligo, trattandosi più di scambi verbali che si incrociano così bene da poter appartenere alla stessa persona) tra il protagonista e Laila sull’amore sono esemplari e belli nella loro potenza narrativa. I flashback dell’esistenza argentina permettono di svelare le ferite che l’uomo porta nella sua vita attuale e senza di essi non sarebbe possibile comprendere il perché di alcune scelte o, più semplicemente, il finale. Perché gli uomini come Selim o il giardiniere sanno che se si è avuto esperienza con il sangue è difficile allontanarlo dalla propria mente. O dal proprio futuro.

 


 

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