Tre passi per un delitto

È un quadro al centro della parete spoglia ad attirare l’attenzione del commissario Brandi sulla scena del delitto. Un quadro molto particolare, rude, minaccioso quasi, la cui protagonista - una bambina bionda vestita di rosso - sta per accendere un fiammifero. Un trompe-l’oeil che gli suscita inquietudine e che lo perseguiterà fino alla risoluzione del caso. Seguendo con lo sguardo il percorso delle macchie di sangue che inizia proprio sul dipinto, gli occhi del poliziotto si posano ancora una volta sulla vittima, una bella giovane donna in négligé che deve aver aperto volontariamente la porta all’assassino, perché l’appartamento è in ordine e non ci sono segni di effrazione. Brandi cerca di mettere a tacere l’intuito, perché “si deve diffidare dalle intuizioni: possono creare suggestioni alle quali si resta avvinti a rischio del fallimento dell’indagine”. Sa il fatto suo, il commissario, è una giovane speranza dell’ordine pubblico nazionale, con una promettente carriera davanti, è ambizioso e non gode della stima di tutti i componenti della sua squadra: il sovrintendente Ascanio lo soprannomina “il baronetto”, molti titoli e niente pratica. Brandi però è un tipo tosto, lo sguardo diretto, la stretta vigorosa e non molla. La vittima lavorava nel mondo dell’arte, e il suo appartamento residenziale e raffinato lo riflette con le sue opere in bella mostra. Lavorando a inseguire l'assassino e con esso l’obiettivo carrieristico, il commissario si troverà di fronte a versioni diverse ma ugualmente verosimili…

Raccontato da tre penne illustri del Poliziesco contemporaneo, Tre passi per un delitto offre uno spaccato sullo “Spirito dei tempi”, come recita il titolo della mostra collettiva con cui doveva collaborare la vittima. Il pregiudizio, gli abissi dell’animo umano, la gelosia come un mostro che divora dall’interno, l’amore che morde, l’ipocrisia, i rapporti basati sulla reciproca utilità: sono ingredienti sapientemente dosati in un perfetto equilibrio tra le parti. Parti divise equamente anche nella scrittura, in questo insolito romanzo a sei mani. De Cataldo dà voce al commissario Brandi e ai suoi ragionamenti. Freddo e determinato, misurato anche nei pensieri e affamato nel sesso. De Giovanni è invece l’alter ego di Marco Valerio Guerra, l’amante della vittima. Qui la narrazione corre, senza pause, con il lungo sfogo e le elucubrazioni di un uomo che ha perso tutto. Non ci sono dialoghi e il monologo è un flusso di parole urgenti da leggere d’un fiato. Egoriferito, immorale e manipolatore non ha mai ceduto ai sentimenti, una debolezza da perdenti, ma Giada Colonna è la sua crepa, la lesione che pensava di non avere e che l’ha reso debole. “Il problema delle crepe, però, è che ci passa la luce” e la luce dà dipendenza. Infine, la Cassar Scalia dà la parola ad Anna Carla Santucci, la moglie di Guerra, consorte consapevole delle numerose infedeltà del marito. Donna affascinante e tenace, intelligente e capace di condurre l’impero del marito quasi forse più di lui. “Lei è mondana, frequenta il bel mondo e si impegna in raffinate cause di ipocrita beneficenza”. Un romanzo sui generis, cupo, palpitante, privo di una storia sviluppata in modo convenzionale: tre stili differenti per tre differenti punti di vista esposti in prima persona. Pochissimi e scarni i dialoghi, e sempre inseriti a forza nella narrazione, quasi forzandola, senza cornice introduttiva. Gli autori procedono passandosi e ripassandosi il testimone con una disinvoltura geometrica, come fa con le palline un giocoliere nel suo studiato numero di abilità.

 


 

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