Tre scene da Moby Dick

Succede spesso ai grandi nomi della letteratura mondiale di diventare parte della vita di tutti i giorni, con espressioni, modi di dire e figure retoriche ormai consolidate mutuate dalle loro opere o persino dalle loro esistenze. Questo è ciò che è successo con Moby Dick, opera più che monumentale di Herman Melville del 1851: ha fatto la storia. Ed è successo nonostante la mole di pagine che potrebbe scoraggiare, nonostante il gergo perlopiù marinaresco che potrebbe essere ostico per un lettore poco esperto, i riferimenti alla spiritualità, al lato oscuro, alla follia. In un mondo che va estremamente veloce e che ha poco tempo da perdere, dedicarsi interamente a una lettura così difficile non è un’impresa per tutti. Ed è proprio in quest’ottica che Alessandro Baricco, grazie al prezioso contributo di Ilario Meandri, concepisce questa sua opera, a metà strada tra saggistica, letteratura, teatro, poesia e traduzione. Lo fa scegliendo le scene cardine di un classico intramontabile, ma non sempre apprezzato, rendendo accessibile la lettura di tre parti di Moby Dick che, in realtà, si trovano a centinaia di pagine di distanza l’una dall’altra. Uno stratagemma semplice quanto basta per risvegliare la curiosità del lettore e spingerlo, chissà, ad affrontare la lettura integrale del romanzo per eccellenza di Melville…

Baricco ha un potere straordinario, lo stesso che lo rende riconoscibile sia nei romanzi sia nelle opere di saggistica: sa far fare alle parole quello che vuole lui, con una maestria che non si può assolutamente insegnare, si può solo avere. Basti pensare alla natura stessa di questo libriccino di appena 150 pagine – di cui la metà sono utilizzate per il testo a fronte in inglese. In uno spazio così limitato, lo scrittore torinese riesce a condensare un suo commento non solo a Moby Dick, ma anche a Melville stesso, al suo stile, alla sua follia così simile a quella del capitano Achab. Ma non si limita a questo: si cimenta in una veste nuova, il traduttore, e lo fa con una sana dose di estremismo, trasformando un classico senza tempo da prosa a poesia, senza che il risultato sembri un disastro. Il lettore è letteralmente ammaliato dalle spiegazioni sagaci che Baricco dà sull’opera di Melville, che scavano e vanno più in profondità della solita, vecchia storia della inafferrabile balena bianca. Il testo è una trasposizione di una lettura avvenuta in teatro nel 2007 e la potenza scenica delle parole è palpabile: chiudendo gli occhi, il lettore riesce a immaginarsi con chiarezza la innovativa lettura, il nuovo modo che Baricco ha di raccontare Melville sul palco. In realtà, non si tratta di pura bravura, c’è anche di un certo tocco di furbizia. Consapevole di quanto Moby Dick non sia un classico che possa piacere a tutti, Baricco sceglie con precisione chirurgica le tre scene topiche del romanzo, incuriosendo il lettore con solo le briciole di una serie di avventure straordinarie. In conclusione, un libro cortissimo con la potenza di un tomo di mille pagine, che incuriosisce, cattura e sorprende.

 


 

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