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Tropicario italiano

Dall’Oceano Indiano al Pacifico, dalle Maldive a Bora Bora, da Bangkok all’Australia, alle Isole Mauritius, alla Tanzania. Questo lo splendido percorso dei fortunati turisti fai-da-te, che nel terzo millennio, quello dei viaggi low cost e della globalizzazione, possono non solo visitare luoghi che un tempo ai più erano negati, ma anche diventarne habitué e tornarvi come ad una seconda casa. Sembrerebbe la porta per il paradiso, il progresso privo del consueto, malefico, rovescio; la democrazia che finalmente mostra una reale concretezza. Invece no: a ben guardare – e solo qualcuno ha lo sguardo adeguato, qualcuno che ad esempio è in possesso di vasta cultura umanistica e in aggiunta viaggia da quando era bambino, grazie all’impiego paterno in Alitalia - tutto questo muoversi in gregge per il mondo, registrare in migliaia di foto inutili le vedute già presenti, con le stesse angolazioni, nell’enorme calderone di Internet; questo compulsivo scattarsi selfie davanti a panorami mozzafiato, questo ammirare senza mai veramente capire, questa massificazione della pratica del viaggio non è una conquista, bensì il segno di un profondo impoverimento culturale. E si diventa quindi un “turista nel mare di nebbia”, preso dal “vagabondare contemporaneo, al servizio di un database”…

Fabrizio Patriarca (Roma, 1972) delinea un colto reportage mescolato all’autobiografia e al romanzo, dal momento che in Tropicario italiano racconta di se stesso e insieme si mette in scena come personaggio, padre di famiglia che viaggia oggi con moglie e prole al seguito. Il suo sguardo appare deluso nei confronti dell’utenza turistica, principalmente italiana, che ritiene il più delle volte inconsapevole di quanto sia profonda l’essenza del viaggio e dell’incontro con mondi diversi, ispiratrice infatti di grandi scrittori (ricorrono nostalgicamente, tra altri nostrani e stranieri, i nomi di Mario Soldati, Alberto Arbasino, Giorgio Manganelli). Gli italiani, a suo parere, non riescono proprio a selezionare quanto di inestimabile vada conservato dell’esperienza e quanto, invece, rappresenti solo facciata ad uso dei gonzi o ineludibile meccanismo della massificazione (“[… “lo spacchettamento dei turisti: è l’astuzia che pertiene alle scenografie grandiose, divide et impera, il sortilegio degli immensi duty free […] dove permane una connessione credibile tra l’idea del volo e quella del lusso”). Il risultato è che oggi “il turista è un corriere inconsapevole, portatore sano di vastissime infezioni culturali”, immerso in “una forma di distopia contemporanea” dovuta alla “obliterazione del movente”, mentre il narratore sa togliere il velo a tutto ciò, in virtù di “un millenario sprezzo grecolatino”. Ciò che rende godibile la lettura, altrimenti un inesorabile reiterarsi di invettive e descrizioni spietate, è lo stile linguistico di Patriarca, ricchissimo e pregevole, oltre all’ironia vivace che pervade ogni singola riga, rivolta anche – e forse, soprattutto – ai propri danni. Inoltre, il lettore attento potrà gradevolmente individuare, sotto la coltre di caricatura e filosofia, un amore sconfinato per il viaggio che a tratti si vena di lirismo: “Si viaggia – come si fanno migliaia di altre cose – per dimostrare a noi stessi di esserci, di essere presenti. […] Ti occorre aver amato tutti i luoghi di cui vuoi scrivere. Sai di averli amati quando senti che ti reclamano”.