Troppe cose a cui pensare

Troppe cose a cui pensare

Philip Roth, così opposto a Bernard Malamud, ha avuto il merito di allargare il panorama della letteratura ebraica di fattura nordamericana; di portarla lontana dalla memoria commemorativa, dalle faccende spirituali e di imbullonarla ad una realtà più pratica, più urbana, ad una consuetudine fatta di materialità talvolta vanesie. Al suo opposto, invece, Ernest Hemingway, un narcisista che si specchia nel fondo dei suoi bicchieri, che si accartoccia disperatamente nell’ombra del male oscuro che lo avvolge, vittima della scarsezza della sua fantasia. In mezzo ai colossi della letteratura - tra i quali presto sarà annoverato anche lui - c’è un ragazzino che legge avidamente e disordinatamente tutto ciò che gli capita sotto gli occhi, dai poeti ai filosofi; un ragazzino che scrive quando la scrittura è considerata al pari di un’azione illecita, che si arricchisce di narrativa ebraica e del relativo umorismo. C’è un ragazzino prima e uomo - scapestrato dedito al bivacco nella periferia povera di Chicago e apprezzato professore poi che fa della libertà la cartina di tornasole della sua vita: la libertà di scrivere, la libertà per la letteratura di insediarsi e crescere ovunque; ma soprattutto libertà di diventare qualcuno. Un qualcuno qualsiasi - non necessariamente famoso e potente - che si accordi alla propria interiorità…

Nei saggi di Bellow si respira la stessa aria che circola nei suoi romanzi: lo stesso stile, lo stesso ritmo, la stessa introspezione, la stessa coincidenza tra vita e letteratura. In questa raccolta composita e stratificata si ride molto e si pensa altrettanto. L’attualità delle riflessioni la rendono quasi un manuale di pronta consultazione per tutti gli interrogativi - i dubbi atroci di Zap & Ida - che la contemporaneità ci pone davanti. Bellow offre scorci di vita privata della sua famiglia di ebrei russi emigrati prima in Canada e poi negli Stati Uniti al tempo del proibizionismo. Spiega il suo essere un ibrido a cavallo tra gli Stati Uniti e l’Europa, mai del tutto apprezzato da nessuno dei due continenti perché troppo americano per gli europei, e troppo europeo per gli americani. Affronta sotto vari aspetti le tematiche collaterali alla letteratura - dalla scrittura in senso stretto alla critica, agli autori colleghi apprezzati - e in ciò ribadisce la forma semplice della libertà, legata al puro istinto, lo stesso istinto che “presiede alla letteratura”. La letteratura è libera, la letteratura non ha padroni, la critica invece la schiaccia, la costringe dentro etichette strette quanto una capocchia di spillo e ne restituisce una idea bidimensionale; una idea alla quale manca sempre qualcosa e che è invece bulimica di inutilità che molto più spesso servono a incasellare piuttosto che - appunto - a liberare. Il libro - l’esperienza che si fa con esso - va da una parte, il critico - invece - imbocca la direzione opposta come - dice Bellow - “un sordo che fa l’accordatore di pianoforti”. Sembra quasi una figura destinata a svanire dalla vista dello scrittore, perché quello che importa, tutto sommato, non è l’apprezzamento del censore, ma l’amore dei lettori, veri e unici destinatari degli sforzi di scrivere. Dentro questi saggi - forse - l’inno più potente è proprio rivolto alla libertà. Mette in guardia, Bellow, dal non farsi irretire dalle voci della tv, dagli spot, dai lustrini, dall’effimero con il quale l’essere umano è bombardato e plasmato. “Ognuno di noi è soffocato dalle richieste del mondo esterno” - dice - parlando del sistema nel quale siamo immersi. Un sistema che “ha usurpato spazi che non gli appartengono”. Siate indipendenti - sembra dire con tutto se stesso - preservate intatti i vostri sentimenti, non contaminateli, non commerciateli, non barattateli. Non rinunciare all’immaginazione - infine - che è più potente, più forte, più liberatoria di ogni pia illusione di avere il mondo a portata di mano preconfezionata dalla dittatura mediatica.



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