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Tutta colpa di mia nonna

Nel bagnetto degli operai, dove Filippo si sta cambiando, l’aria è ancor più bollente che nel capannone. C’è puzza di chiuso e di altro, ma è meglio non indagare. Filo cerca di lavarsi faccia, petto e braccia con quel filo d’acqua tiepida che esce dal rubinetto arrugginito. Se avesse saputo prima che avrebbe dovuto aiutare a ricostruire in un capannone deserto, in un torrido venerdì di luglio, uno showroom di porte, finestre e portefinestre, anziché limitarsi a girarne lo spot, non avrebbe assolutamente accettato l’ingaggio. Ma tant’è, questo passa il convento e i quattrocento euro lordi che porterà a casa oggi sono, in fondo, meglio di nulla. Quando, ore più tardi, conclusa la registrazione, sale in auto per tornare a Milano, realizza che il posto, la giornata e il regista dello spot - che gli è parso un uomo disperato e fallito - gli hanno messo addosso una gran tristezza. Filippo pensa che, se si dovesse ritrovare a quarant’anni a buttar via il suo talento per un lavoro che gli offre solo due spiccioli e nessuna possibilità, davvero non saprebbe cosa fare. Forse, in quel caso, preferirebbe imbottirsi di fuochi d’artificio e farsi esplodere alla mezzanotte dell’ultimo dell’anno, scegliendo di morire come un’esplosione di colori piuttosto che vivere “nell’anonimato di un petardo inesploso”. Per fortuna, una volta rientrato a Milano, una bella doccia, fatta di nascosto nel monolocale - ricavato dal sottotetto del teatro nel quale lavora come maschera insieme all’amico Nick - del Grande Capo lo rinfranca, anche se quell’accenno di mal di testa non promette nulla di buono. Per fortuna, lo spettacolo teatrale di questa sera dura solo settantacinque minuti e, una volta terminato, Filippo potrà finalmente caricare la sua emicrania in auto e dirigersi finalmente a casa. Lì, forse, troverà Samir, il suo coinquilino, e potrà bere con calma una birretta fresca, prima di andare a letto...

Trentenne, belloccio o per lo meno convinto di esserlo, romagnolo ma trasferito in una Milano tutta aperitivi e feste in casa di amici che contano, attore o presunto tale. Questo è Filippo, protagonista del divertentissimo romanzo di Manuela Mellini – editor e ghost writer - alla sua seconda prova come autrice. Filo, nonostante la sfrontatezza con cui si mangia la vita, sa di essere un mezzo fallimento - lavora a teatro, ma non come attore; il suo agente è un cialtrone e un gaglioffo; si muove su un’auto scassata; non ha una ragazza; è perennemente al verde e la proposta più interessante che abbia ricevuto fino a quel momento riguarda la pubblicità di un lassativo - ma non tollera che siano gli altri a farglielo notare e va avanti a testa bassa, certo prima o poi di sfondare, non si sa bene in quale ambito, ma quel che conta è sfondare. Quando poi viene chiamato dalla famiglia per accompagnare la nonna, affranta per la morte della sorella, a Valpiana, località di cui Filippo ignora l’esistenza ma nella quale pare la nonna abbia vissuto momenti di indescrivibile felicità sessantacinque anni prima, il sedicente attore si arrabbia moltissimo: ma i suoi pensano davvero che lui non abbia nulla da fare? Non capiscono che anche un attore ha degli impegni? E poi perché proprio lui deve accompagnare la nonna, con la quale i rapporti si sono guastati, per una ragione a lui del tutto sconosciuta, da dieci anni? Alla fine, però, sponsorizzato dal padre (e forse questo è l’elemento che più di tutti lo convince), carica la nonna in auto, parte alla volta di un paesino sperduto sull’Appennino Tosco-Romagnolo e la ruota finalmente gira, anche se in maniera del tutto imprevedibile. Sì, perché proprio mentre in quel luogo dimenticato da Dio il ragazzo conosce la persona che si nasconde dietro alla figura della nonna, il suo passato e la sua storia, tutto cambia anche per lui: la nostalgia per la vita di provincia e per le relazioni autentiche si apre un varco tra le pieghe dell’animo del giovane, perfetto rappresentante di una generazione di precari dalle professioni improbabili, imbrigliati nella rete dei selfie, dei like e degli aridi scambi di faccine su WhattsApp. Una storia - che è insieme viaggio della memoria, ricerca di sé e riscoperta dei valori della famiglia - divertente e ben scritta, commovente senza essere sdolcinata, ironica e davvero molto gradevole.