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Tutti i racconti

Tutti i racconti

Due amanti passeggiano, parlando della loro storia, delle distanze, del piacere e delle piccole crudeltà di lui. Due amici discutono di estetica, di Nietzsche e di sincerità. Una sposa scompare tra le rovine di un castello, lasciando il suo byroniano compagno in una specie di esaltazione poetica, alimentata dalla sua assenza e dalla sua cupa immaginazione. Una buona contadina, sposa di un muratore manesco, si perde la bambina nel giorno del mercato; la piccola non riesce a ritrovare la strada di casa, e va vagando per i campi. Invano. Un vecchio conte, lettore infaticabile, nasconde in una stanza rimpianti e souvenir delle sue cinquecento amanti. Un poeta e un medico parlano di malinconia. Un giovane continua a sognare ogni notte un’attrice, eternando una mania d’infanzia. Un capitano sfida a duello uno scrittore, perché si riconosce in un racconto. Non sa cos’ha fatto, non sa cosa lo attende. Una coppia sfiorisce, forse senza averne colpa, forse per predestinazione. Una giovane, bellissima boscaiola boema cede a un oscuro patto magico con un cavaliere vestito d’argento, e rinuncia a tutti i suoi affetti in nome del desiderio. Un esteta, non estraneo a bizzarrie ed esagerazioni di vario genere (“(…) è sempre stato molto balzano”), a nemmeno trent’anni diventa pazzo; un vecchio amico torna a trovarlo, in manicomio, e scopre che s’è ammalato, tra le varie, d’una mania zoomorfica (forse non del tutto avventata). Guido si ritrova a parlare con una donna intelligente, “ma d’una intelligenza che s’era fermata a Carducci e a De Amicis. Ostile a D’Annunzio, indifferente a Pascoli, non aveva varcata la soglia letteraria della nuova generazione”; innamorata di Garibaldi, è finita moglie di un garibaldino, per un limpido gioco di specchi. Infine, due sedicenni maliziosi si ritrovano a distanza di quindici anni; lei è sposata da un bel pezzo, lui si diverte a pensare a quante volte ha già tradito suo marito...

Questa Avagliano del 2017 è l’edizione sin qua più completa dedicata ai racconti del letterato torinese Guido Gozzano [1893-1916]: 36 pezzi originariamente apparsi tra 1903 e 1916, prima tra riviste minori, come “Il Venerdì della Contessa” e “Il Piemonte”, poi per riviste più apprezzate come “La Lettura” e “La Donna”, infine per periodici di pregio come “L’Illustrazione Italiana” e per il glorioso quotidiano sabaudo “La Stampa”. L’opera, curata dal professor Flaminio Di Biagi, docente di Letteratura e Storia del Cinema al Loyola University Chicago Rome Center, è corredata da una buona prefazione del curatore, da una dettagliatissima nota editoriale e da una buona nota biobibliografica (completa di cronologia delle pubblicazioni postume, di riferimenti a tutte le principali edizioni di cose gozzaniane, alle biografie, agli audiolibri e ai vecchi vinili). Il curatore si è poggiato sul precedente, “fondamentale lavoro di ricomposizione” di Giuliana Nuvoli [cfr. Gozzano, I sandali della diva. Tutte le novelle, Milano, 1983] che conteneva 33 dei 36 racconti qui indicizzati; segnalo a beneficio degli appassionati (meglio: degli aficionado) che i tre pezzi rari in questione integrati da Di Biagi sono La dolce stagione, Un voto alla dea Tharata-Ku-Wha, Guerra di spettri. Di Biagi considera Gozzano “novelliere raffinato e garbatamente ironico […]; elegante fino al dandysmo, preciso e accurato nelle descrizioni e spietato nelle definizioni, lapidario quando serve, fiorito e colorito quando necessario, frivolo e mondano, cioè pettegolo, ma spesso pungente e paradossale”. Tra i maestri riconosciuti dal curatore, “riconoscibilissimi i simbolisti”, Edgar Allan Poe, il primo (e aggiungerei: “molto trascurabile”) Verga e soprattutto D’Annunzio. Giuseppe Conte, su “Il Giornale”, ha apprezzato per tempo “una vitalità, una grazia, una intelligenza che possono deliziare il lettore di oggi”, salutando nei racconti gozzaniani un’anticipazione di quelli di Mario Soldati. Non condivido l’eccessivo entusiasmo; la distanza tra Gozzano poeta e Gozzano narratore è piuttosto abissale, e trovo più saggio e cauto invitare ad accostarsi a questi racconti solo quanti abbiano profondamente amato i versi del povero Guido, e vogliano maturare una visione d’insieme della sua scrittura, magari vagheggiando l’incontro con rustici microcosmi piemontesi, senza aspettarsi eternità, senza pretendere eccessiva bellezza. D’altra parte, l’elenco dei “maestri” dell’artista proposto dal curatore parla chiaro: Poe è forse l’unico nome che tenderei a cancellare, perché certi esiti foschi e lugubri della narrativa gozzaniana vanno più semplicemente ascritti a una (incerta, ma plausibile) discendenza dalla Scapigliatura, o a qualche irrisolto strapiombo malinconico. Sono racconti altrimenti spesso sentimentali, e tuttavia quasi mai erotici; la carnalità è evocata, magari dagli sguardi o dalla confidenza coi capelli, o dal fruscio di una gonna – e tuttavia mai veramente restituita.