Tutti sono un numero

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Mimmo Tarsitano vuole una sola cosa e la vuole da sempre, da quando era piccolo e stava in Calabria: i soldi. Ne vuole tanti da non doversene più preoccupare ma di sicuro non li vuole fare accidennose ‘e fatica e in modo onesto come vogliono i genitori. Lui li voleva fare come attore, ma sua mamma temeva che diventasse ricchione e puttana e allora adesso li vuole fare come faceva suo zio Tonino, che è emigrato a Napoli e lavora nel contrabbando, li vuole fare come Zio Luigi che fa il mago guaritore e al quale ruba il mestiere con gli occhi. Quando Domenico-Mimmo- Tarsitano sbarca a Napoli dalla Calabria ha diciassette anni e nel suo piccolo si è già fatta una reputazione di guaritore. ‘U zu Pascale era un fimminaro accanito ma ultimamente ha consumato le scale di zo Luigi per trovare un rimedio che gli ridesse vigore. Un giorno Mimmo, che lo vede scendere sconsolato, gli allunga un rotolo di riviste che lui e suoi amici erano andati a comprare fino a Reggio Calabria e l’incredibile distesa di tutti i colori e il sesso in tutte le combinazioni possibili resuscitano il vecchio che, ritirata la pensione, si chiude in una camera d’albergo con puttane arrivate da Bologna e ne esce dopo settimane, solo per magnificare le doti di guaritore del ragazzo. Mimmo a Napoli vive in ammirazione delle imprese dello zio Tonino, sognando di emularlo, fino al giorno in cui zio Luigi trasferisce la propria attività e lo prende come assistente. Alla morte dello zio, ormai divenuto Gaggino ‘o scacciamaluocchio, Mimmo ne prende il posto, e finisce ben presto per guadagnarsi uno spazio in una delle molte avventure piratesche che sono le tv private. Mimmo ha una sua trasmissione che si chiama Il pendolo, un’ora con Mimmo Tarsitano con telefonate in diretta, durante le quali fornisce consulenze furbescamente interrotte per colpa dei “tempi televisivi stretti stretti”, dà i numeri per il lotto ufficiale e per quello clandestino e ogni tanto fa comparsate da esperto a Palla al centro, che va in onda prima e dopo le partite. La redazione della sua trasmissione sono lui e Totore Scorz ‘e limone, così chiamato per le peculiari caratteristiche della sua pelle, martoriata da anni trascorsi a far arricchire la friggitoria di fronte. Un po’ giallo anche per mancanza di luce del sole, Totore è un tuttofare, quasi abita a Tele Napoli Nuova. Di giorno manda le telefonate e di notte le repliche dei programmi registrati su cassetta, alternandoli con cassette svedesi e norvegesi che sono la delizia dei nottambuli napoletani. C’è solo una cosa che Mimmo vuole quanto e più dei soldi e sono le femmine: impazzisce per uno stacco di coscia, un ammicco, è pronto a organizzare le peggio fetenzie per portarsene a letto una. Proprio quando sembra essere riuscito a tirarsi fuori dalla miseria, quando ha un pubblico di fedeli casalinghe che pendono dalle sue labbra, Mimmo comincia a rovinare tutto: prima per colpa della passione folle per Marianna e poi Maria Rosaria, che lo introduce nel pericoloso mondo governato da suo marito Raffaele Spavone…

Claudio Metallo, alla sua terza prova narrativa con CasaSirio, dimostra di governare molto bene un tema iconico e facile a scivolare nel folklore come la Napoli di fine anni Settanta, che si prepara a vivere l’evento dirompente del terremoto del 1980, quello dopo il quale niente è mai più stato lo stesso e la sottile patina di romanticismo che poteva luccicare agli occhi degli ingenui come Mimmo si sgretola per sempre, lasciando esposti i canini feroci e le ganasce insaziabile del crimine organizzato. Tutti sono un numero, che si apre con L’apologia del lotto di Giuseppe Giusti, è una sorta di irriverente catalogo delle piccole e grandi perversioni, illusioni, sconcezze, dei sogni erotici che cominciavano a farsi a colori, dei miti che costellavano il finire degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta. Chi ha vissuto la propria infanzia in quegli anni, soprattutto al Sud, riconoscerà facilmente comportamenti e idiosincrasie, valori e ribalderie, sbruffonate e ingenuità, ma soprattutto riconoscerà le atmosfere che Metallo non edulcora e che hanno le superfici abrasive e gli angoli taglienti delle lastre di acciaio che sembravano non dover mai smettere di uscire dall’Italsider. Il cemento era il nuovo Dio, i camorristi i suoi sacerdoti e il terremoto che chiude il libro sarà l’altare intorno al quale da lì in poi gli erigeranno maestosi templi, spesso con pilastri “imbottiti”. Mimmo Tarsitano è un personaggio molto ben costruito, che rappresenta sulla pagina un mondo di ignoranza, illusioni e superstizioni, scivolando presto nella violenza ma non scade mai nel caricaturale, pur conservando accenti grotteschi. Claudio Metallo rende evidenti le peculiarità, apre spiragli sulla miseria di spirito delle figure di contorno a Mimmo, le tratteggia sapientemente, regalando a ciascuno e ciascuna almeno un tratto che rimarrà impresso nella memoria del lettore. Nessuna figura è anonima, tutte si staccano dallo sfondo in maniera nitida. Una caratteristica peculiare del romanzo è la lingua, sfacciatamente dialettale, che rende molto bene il tipo di volgarità che era in auge negli anni Settanta e che aveva una carnalità e una trivialità che nulla ha a che vedere con il gergo di oggi. Date le origini calabresi dell’autore, è molto ben pensato l’espediente di rendere Mimmo un oriundo napoletano, in modo che gli scivoloni – pochissimi - gergali possano essere ascritti alle sue origini calabresi.



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