In tutto c’è stata bellezza

In tutto c’è stata bellezza

Non capisce la vita. Non sopporta l’inconsistenza del suo passaggio nel mondo, non ci riuscirà mai. Parlare con la gente lo annoia, perché le conversazioni sono vane, inutili, dannose. Le conversazioni con suo padre, quelle sì che avevano un valore; pensarci era quasi un sollievo, un istante di riposo da quell’oscuro groviglio di pensieri. Il suo cervello è fossilizzato, più di una volta si è scoperto a balbettare, e a ripetere mille volte la stessa cosa. Ha difficoltà a parlare, e spesso è il suo interlocutore a dover finire la frase per lui. Pensa di essere malato, si fa fare una TAC dal neurologo, ma nella sua testa non c’è niente di sbagliato. Scrivere, mettere ordine nel groviglio può essere la soluzione. Estate 1969. Suo padre. Una Seat 600 targata Barcellona. Ordesa, un luogo pieno di montagne. Queste sono le prime cose che può associare al suo stato d’animo. E un colore, il giallo: il colore del dolore, del rancore, dell’inconsistenza. Ha cinquantadue anni, è un padre e un ex marito. Per molto tempo ha avuto a che fare con l’alcol e una quantità impressionante di ansiolitici, spesso mischiati insieme. Odia pulire: il suo appartamento, sito in Avenida Ranillas di una città innominata nel nord della Spagna, non vale quello che costa, ed è sempre pieno di polvere, caldo, formiche. Ma nonostante le difficoltà e i brutti pensieri, ama la vita. Deve tornare inevitabilmente al passato, se vuole trovare consolazione. Ricordare sua madre, una narratrice caotica proprio come lui; una donna-dramma con innumerevoli malattie da elencare, e delle quali lamentarsi ogni santo giorno. Una donna che fumava molto e si cambiava di continuo la data di nascita. Suo padre era nato nel 1930; è sempre stato povero, ma con stile. Andava in giro sempre elegante, nonostante appartenesse al ceto medio-basso spagnolo (più basso che medio, per la cronaca). Alla sua morte ha deciso per la cremazione. Una scelta sbagliata, frettolosa, ma il fatto è che in quel momento era terrorizzato, voleva dimenticare. E le tombe non te lo permettono, perché sono il luogo nel quale la memoria dei vivi si rifugia; le depositarie dei resti ossei che sono importanti, anche se non li vediamo mai. Ma suo padre non avrebbe mai avuto una tomba, perché la tomba è da nobili: lui avrebbe avuto solo un loculo, caro e brutto...

Manuel Vilas non era un autore conosciuto, almeno non al di fuori di certi circuiti. Ma nel 2018, il suo memoir esplode con forza dirompente, diventando un caso editoriale in Spagna, la sua madrepatria: 14 edizioni, 92.000 copie vendute; 40 settimane al vertice della classifica dei libri più venduti. E, naturalmente, la pubblicazione in varie lingue, tra cui la nostra. La morte, la vita, il tempo che scorre; i legami familiari, la povertà, l’oblio, la solitudine, l’amore. C’è tanta roba che trabocca dalle pagine di questo libro scomodo. Scomodo perché ci sbatte di fronte al dolore senza tanti giri di parole; scomodo perché, nostro malgrado, ci costringe a considerare l’illogicità dell’esistenza. La scrittura di Vilas è cruda, visionaria, disarmante, a supporto del grande coraggio e dell’umiltà con la quale l’autore si mette a nudo, consegnandosi al lettore in tutta la sua fragilità e fallibilità. Ex alcolista con un divorzio alle spalle, e un rapporto difficile e quasi anaffettivo con i suoi due figli, Vilas è un uomo tragicamente solo, perso, alienato. La vera tragedia dell’uomo non è certo la morte, sembra dirci. La vera tragedia è la solitudine, la sensazione di fallimento, la povertà che ti fiacca nel corpo e nello spirito. Ma c’è un luogo al quale possiamo aggrapparci per ritrovare noi stessi, un luogo nel quale tutto acquista un senso, e la consapevolezza della continuità diventa salvifica: le nostre origini. Il padre e la madre. L’amore, i sacrifici, gli insegnamenti. Gli oggetti che gli sono appartenuti – case, automobili, elettrodomestici, orologi, vere e proprie reliquie del lutto nelle quali la memoria, attraverso il ricordo, si concretizza. Vilas parla dei suoi genitori ormai defunti con un ardore tale da rasentare la disperazione, trasformandoli in veri e propri personaggi letterari; la mancanza è tangibile, rinsalda e ridefinisce i contorni di un affetto che mai è apparso così chiaro e fondamentale. Sullo sfondo, a partire dagli anni ’70, si snodano decenni di storia spagnola, accompagnata da una schietta critica ad una nazione colpevole di avere alimentato non poco il senso di frustrazione e di smarrimento dei suoi figli, attraverso la perversa logica del capitalismo prima, e il fallimento dello stesso poi nel 2008, anno in cui è iniziata la grande recessione. Il grande successo di questo memoir è dovuto probabilmente al carattere universale della narrazione, e se in prima battuta, lo sgomento provato dall’autore sembra trascinarci in una pericolosa spirale di negatività, man mano che si procede si svela invece il vero intento dell’opera: celebrare la vita, negare la morte attraverso la riscoperta delle piccole cose. Perché, come ci suggerisce il titolo, è proprio lì che si trova la bellezza.



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