Uffizio delle tenebre

Uffizio delle tenebre

L’odore della madre impregna le pagine che ha appena vergato. Il loro legame si è sempre modellato sullo schema del dare e avere: la devozione filiale era in realtà un debito dovuto all’accudimento e ai sacrifici della madre. Dopo la morte del padre, lei non aveva voluto risposarsi, e aveva riversato tutto il suo affetto e tutte le sue psicosi sul figlio: “aveva bisogno di qualcuno su cui provare ancora la sua autorità, di un altro da sottomettere […] per continuare, lei, a esistere”. Ora è morta, ma la sua dipartita è per il figlio “l’effetto di un inganno”. Per combattere i propri mostri, il figlio deve “recitare l’uffizio delle tenebre”. Solo così può sperare di ottenere il perdono e la pace. Durante la sua infanzia, i genitori presiedevano rispettivamente al dentro, la madre, e al fuori, il padre. Ma quel mondo non era sereno: era pieno di doveri, divieti e sensi di colpa. Vivevano in un appartamento piccolo e raccolto, senza “posto per i misteri”. Aveva trascorso la sua infanzia nella solitudine e le uniche avventure che aveva vissuto erano frutto della sua fantasia. L’unico scampolo di libertà lo viveva quando il padre, qualche domenica, lo posizionava sulla canna della bicicletta e lo portava fuori città, per la via Aretina fino a Sant’Andrea. Per qualche tempo aveva persino avuto un amico col quale poteva giocare nel cortile, sempre controllato a vista dalla madre. Ma l’amico si era ammalato di tubercolosi e a lui era stato tassativamente vietato di incontrarlo, anche una volta guarito. Lei provava ribrezzo per i malati. Durante la malattia della madre, gli piaceva pensare che la trombosi che l’aveva colpita fosse “una giusta vendetta, la rivalsa di tutti i malati che il suo ribrezzo aveva respinto”…

Con la ripubblicazione di Uffizio delle tenebre (1998) torna disponibile un importante tassello dell’ampia produzione di Fausta Garavini. Studiosa di letteratura francese e professoressa presso l’Università di Firenze, Garavini non è nota solo per la lunga carriera di filologa e critica letteraria, ma è anche una scrittrice di fama (il suo ultimo romanzo, Il tappeto tunisino, è uscito nel 2018 sempre per La nave di Teseo) e, soprattutto, la traduttrice dell’edizione integrale dei Saggi di Montaigne (ripubblicati nel 2012 da Bompiani). In questo romanzo, il rapporto conflittuale tra una madre, iperprotettiva nella maturità e desiderosa di continue attenzioni nella vecchiaia, e il figlio che racconta in prima persona l’oppressione di questo materno amore-schiavitù, è il pretesto per una ricerca psicologica profonda e senza remore. Garavini si muove sul campo minato del subconscio, tappezzato di sensi di colpa, odio inespresso, desiderio di fuga, incapacità di reagire e fantasie funebri. Ne scaturisce un ritratto, fatto più di ombre che di luci, di un figlio che, intrappolato in una spirale da cui è impossibile scappare, trasferisce il suo senso di impotenza nella vita quotidiana – come incapacità di prendere decisioni che potrebbero cambiargli la vita in meglio – e nella sua esistenza mentale – soffre di allucinazioni che sembrano più vere del vero. Con Uffizio delle tenebre, Garavini scandaglia gli abissi del rapporto umano più stretto e indissolubile, dimostrando come una simbiosi troppo stretta ed esclusiva possa diventare una cella o una nube tossica.



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