Ultimi giorni a Teheran

Ultimi giorni a Teheran

Le giornate di Zod trascorrono una uguale all’altra, scandite dall’attesa di una piccola busta da lettera bianca proveniente dall’America. È in quella terra lontana al di là dell’oceano che vive sua figlia Noor. Da quando ha compiuto diciotto anni lei e il fratello Mehrdad si sono trasferiti lì, lontani dall’Iran e da quei fuochi dell’ira che hanno rovesciato lo shah Reza Palavhi per instaurare una repubblica islamica, facendo dell’amata terra di Zod un luogo di segregazione culturale. Dall’altra parte del mondo Noor aspetta con ansia le lettere di suo padre, sono il filo che la tiene legata all’Iran, al ricordo di sua madre Pari e ai profumi della cucina del Café Leila, l’unica eredità insieme alle ricette che è riuscita a portare con sé in terra straniera. Ora Noor è sposata con un medico, Nelson, ha una figlia adolescente, Lily, e fa l’infermiera a tempo pieno. La sua vita scorre tranquilla sul greto di un fiume, ma la piena sta per travolgerla quando meno se lo aspetta. Nelson ha un’altra: è un attimo e il suo matrimonio perfetto va in frantumi, le sue certezze si sgretolano e non le resta che leccare le ferite del cuore nella casa dell’anima, dell’infanzia felice, nel paradiso perduto di quel Café in cui sua madre cantava e suo padre cucina prelibatezze…

Un viaggio a ritroso nel tempo che ci racconta attraverso brandelli di presente e passato tre generazioni: Yanick e Nina, partiti dalla Russia con nient’altro che un’eredità di profumi e sapori, il figlio Zod e l’amata Pari, vittima di un regime feroce con le donne e indulgente con gli aguzzini. E infine Noor, il cuore spezzato e una figlia sedicenne a cui raccontare la sua storia. Il Café Leila diventa metafora di un eden perduto, luogo in cui si intrecciano vita e ricordi, scrigno di memorie mai del tutto perdute. Mentre il mondo attorno cambia, dagli anni ’30 il Café resta immutabile spettatore di quei mutamenti. “(…) Negli anni andati, quando città come Teheran e Kabul pullulavano di cinema e club di tennis, il Café Leila era diventato ritrovo di intellettuali. Gli anni ’50 e ’60 sembravano pieni di possibilità e Yanick accoglieva studenti universitari, scrittori, musicisti, poeti e giornalisti, gruppi di ospiti che si ritrovavano al bistrot nel pomeriggio e ci stavano fino a tarda sera”. Le mura del locale si impregnano di ricordi e profumi di un tempo che fu, ma la storia continua, l’Iran ha cambiato volto e Noor vi fa ritorno in cerca di un passato che sopravvive soltanto tra quelle pareti. Il romanzo d’esordio di Donia Bijan ‒ chef che dalla California ha fatto gavetta a Parigi ‒, attinge alle sue origini persiane, ai sapori della cucina di casa sua e alla figura di suo padre, che ha ispirato il personaggio del saggio dottor Mehran. Un ritratto sentimentale ma non edulcorato di un’epoca, di una famiglia, di luoghi ameni e sospesi nel tempo, come sospesa è l’esistenza di ogni uomo lontano dal nido.



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