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Un’amicizia

Un’amicizia

11 novembre 2000. È un sabato piovoso, uno di quelli in cui la pioggia batte contro i vetri delle finestre ma gli adolescenti, incuranti, escono e si incontrano con gli amici. Elisa, no. Lei è chiusa in camera sua, non fa nulla e si deprime. Vive in quella città, affacciata sul Tirreno, da poco più di quattro mesi e non si è affatto integrata. Peggio, non ha per nulla accettato il destino che l’ha condotta in quel luogo e l’unica cosa che vorrebbe davvero è morire. Come al solito, al ritorno da scuola, ha pranzato con suo padre Paolo, in un silenzio che ormai non fa più paura perché è diventato abitudine, e si è chiusa in camera. Ed ora è lì, con le cuffie del walkman nelle orecchie, ad osservare il platano al centro del cortile mentre cerca gli aggettivi che meglio lo descrivono. Quando suo padre bussa alla porta della camera e la socchiude, per comunicarle che una sua compagna di scuola, Beatrice, chiede di lei, il cuore di Elisa fa una capriola, ma subito la ragazza si impone cautela. Già una volta Bea l’ha illusa e le ha fatto credere di esserle amica, per snobbarla poi subito dopo, fingendo di non conoscerla in classe. Ora, al telefono, le sta chiedendo di accompagnarla in centro: vuole rubare un paio di jeans, ma da sola non riesce. Le serve un palo ed ha pensato a lei. Dalla cucina suo padre cerca di origliare. Sarebbe felice di vedere la figlia uscire e stringere nuove amicizie, finalmente. Elisa, invece, vorrebbe solo tornare alla vita di prima - allo strano trio formato da sua madre, suo fratello e lei - e non rivedere quell’uomo mai più. È dibattuta. Non vuole fidarsi di quella compagna di classe che l’ha tradita, ma è anche parecchio emozionata e, alla fine, accetta di incontrarla alla spiaggia di ferro, un’insenatura di rocce con l’acqua fonda e un’aria di abbandono che la ragazza conosce molto bene e ama in modo particolare...

Elisa e Beatrice. Due adolescenti: una si nasconde nei vestiti e dietro le parole, l’altra ha un futuro di bellezza e perfezione già segnato. Un’amicizia nata per cercare nell’altro una via di fuga da quel destino che è stato imposto, obbligato. Un’amicizia perduta che non smette mai di finire e che obbliga a fare i conti con la propria storia, una volta per tutte. Questo - e molto altro - è l’ultimo romanzo di Silvia Avallone, che si cimenta per la prima volta nella narrazione in prima persona e sceglie come voce narrante quella di una delle due protagoniste non in presa diretta nell’adolescenza, ma ormai già adulta e alla ricerca delle tracce di un’amicizia che forse è persa per sempre, ma che va rielaborata e raccontata per capire, lenire le proprie ferite e ritrovarsi. Perché accettare se stessi da adulti è doloroso e, per farlo, occorre riuscire a dire addio alla propria adolescenza, un’età faticosa e bellissima. I vecchi diari chiusi in un ripostiglio raccontano di due amiche, accomunate da una profonda solitudine e dal bisogno d’amore, completamente diverse. Una ha i capelli corti e lo sguardo quasi impaurito, è una ragazzina un po’ sfigata che non segue la moda e, unica figlia femmina di una famiglia anomala e disfunzionale, viene dalla provincia piemontese. L’altra è prorompente, il suo rossetto rosso e le unghie laccate sono impeccabili, sembra una ragazza forte e appartiene a una famiglia che, pur con le sue ipocrisie, appare meglio strutturata rispetto a quella dell’amica. È un legame importante quello che unisce le due ragazze, un legame fatto di complicità e incomprensioni, affetto e litigi, condivisione e separazione. E di inevitabili rotture, quando ci si rende conto che gli obiettivi sono diversi: Eli ricerca l’amore di sé e la fatica dell’integrità della scrittura, mentre Bea vuole l’amore del mondo e il luccichio dell’immagine e dei social, che raccontano vite false, ma perfette. Con una storia intensa - e bellissima- che abbraccia il vecchio e il nuovo millennio, la Avallone invita il lettore ad una riflessione sul peso dell’eredità familiare, sulla vita di provincia spesso vissuta come marginale ma in realtà importantissima, sulla dimensione del dolore e della sofferenza, sulle imperfezioni della vita, sulla condizione della donna e, soprattutto, sull’onestà della parola, unico veicolo capace di raccontare in modo obiettivo la realtà che ciascuno porta dentro sé.