Un amore degli anni Venti

Un amore degli anni Venti

Sibilla Aleramo, grande scrittrice della Roma dei primi del Novecento, e Giulio Parise, un giovane mago, si incontrano la prima volta nel giugno del 1925, a casa della marchesa Livia Picardi, all’epoca amante – come anche Sibilla stessa – di Julius Evola, filosofo e artista dadaista. La Roma degli anni Venti pullula di cultura, delle diverse arti che si abbracciano, si fondono e si confondono. Il regime fascista, intanto, inizia ad affermarsi, il delitto Matteotti a portare le prime nuvole nel cielo terso della capitale e non solo. Sibilla, nel privato donna inquieta – era stata compagna anche di Dino Campana e Giovanni Cena – dall’esistenza “irregolare”, è, invece, professionalmente una saldissima “antenna culturale, in grado di intercettare in anticipo le istanze e i movimenti più profondi del suo tempo”. Significativo il profilo che ne delinea Fernando Agnoletti (e che Caltabellota riporta nel testo): “è sacro quello che è suo modo di vita, autenticamente suo [...] non s’è occupata altro che di respingere il profano – l’intrusione nel suo spirito di quanto gli è estranio – e difendere sé, cioè il sacro”. Sibilla era “soltanto e semplicemente” una donna e poeta nella sua complessità e contraddittorietà: una nomade, senza casa o un amore stabile, “instancabilmente alla ricerca [...] di se stessa nell’amore”...

L’amore di Sibilla Aleramo per Giulio Parise – quello raccontato, sotto forma di diario, dalla stessa scrittrice in Amo, dunque sono – è un fiore tardivo (per lei), eppure straordinariamente carico, vivo, nei suoi profumi. Simone Caltabellota ne ricompone pazientemente i tasselli, in un gioco d’incastri che, nel ridare forma a un amore, ci riconsegna un intero pezzetto di storia – di vita – nostrana. Sentimenti e fatti, stati d’animo e realtà s’intrecciano, mentre regina indiscussa della pagina (come dei suoi stessi testi) resta Sibilla, con quella sua forza ammaliatrice e, insieme, un po’ distruttrice. C’è il suo desiderio e, al contempo, la sua paura di essere, di ritrovarsi nell’Amore. C’è la sua magia – quella stessa ritrovata in Giulio “il bellissimo tra i bellissimi”, il “gigolò mistico” – che trova più potente espressione nella malia delle parole che giocano a velare e denudare il vero, il sentimento puro, il suo oggetto – quell’amato che è presenza forte nella penna della scrittrice, divenendone quasi altro soggetto. Sibilla si dona alle sue pagine, come ai suoi amori, come a Giulio, con quella generosità assoluta e, insieme, con la paura di perdersi un po’, di doversi tenere anche un po’ per sé. Scrive a Giulio lettere cariche di sentimento, di cuore eppure vorrebbe tenersela per sé qualcuna di quelle parole, vorrebbe rubarle a sé stessa per riappropriarsene, per dedicarsele, perché in fondo sa di meritarle anche lei, poiché corresponsabile di quell’alchimia con Giulio, “anima affine” alla sua. Perché se è vero che “i poteri si conquistano, non si hanno in dono”, Sibilla ha cercato tutta la vita di guadagnarsi il potere d’amare e d’amarsi.



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