Un avanzo di troppi risvegli

Stazione ferroviaria di Milano. L’uomo risale il binario con passo controllato. Giunto in cima al treno, si guarda attorno con circospezione prima di salire. Poi si chiude la porta alle spalle, attende immobile per qualche secondo e si infila nel bagno. Chiude a chiave e si appoggia con la schiena alla porta. Inspira ed espira alcune volte dal naso, poi estrae dal suo zaino un rasoio, un asciugamano scolorito e quel che rimane di una saponetta. Si sveste completamente, appoggia i suoi abiti malconci, ben piegati, sullo zaino e comincia a radersi barba e capelli. Poi bagna ogni minima parte del suo corpo e si insapona a pezzi. Quando ha concluso chiude l’acqua e rimane, nudo, in ascolto. Poi sfrega la pelle con l’asciugamano ormai logoro e si riveste, dopo aver pulito perfettamente e asciugato il lavandino con la carta igienica. Quando esce dal bagno, accompagnato da un vago odore di canfora, raggiunge uno scompartimento, apre velocemente la porta e si rifugia in alto, nel ripiano destinato ai bagagli, sdraiandosi su un fianco, le braccia al petto e la testa sullo zaino. Catania. Festa di Sant’Agata. Mentre il fercolo con la santa attraversa le vie del paese e i devoti, in processione, vestiti con il sacco bianco e un berretto nero, strillano i loro cori in un’unica voce, Saro corre in mezzo alla confusione, cercando di evitare la gente che lo urta e gli impedisce di vedere. L’intera città si sta muovendo in direzione contraria alla sua, che sta tentando di ritrovare quella risata che ha aperto un varco nel suo cuore, quella testa ricciutella che d’ora in poi gli toglierà il sonno. Il gorgo umano è troppo imponente, la corrente di corpi è troppo forte e il ragazzo viene risucchiato implacabilmente. Saro si appoggia ad un palazzo di pietra lavica, schiena al muro nero come è diventato il suo umore. Non la rivedrà mai più, non incontrerà mai più quella ragazzina che, sicuramente, era stata destinata a lui, era lì in quel momento proprio per lui. Suo cugino Vito lo raggiunge, tira via Saro dal muro nero e lo trascina tra i devoti. L’aria sa di cera e di polvere pirica e le luminarie accendono la via Etnea come se fosse Natale o anche di più. Ma il cuore di Saro non brilla. Aveva visto la Madonna, una cascata di riccioli e un sorriso che gli erano entrati nell’anima, ma poi l’ha persa tra la calca e ora la festa non ha più senso per lui…

Fuggire. Scappare dall’odore pungente del sangue dei cavalli macellati per farne fettine e polpette; allontanarsi da quelle case, da quelle strade, dalle bancarelle della pescheria che offrono il pescato del giorno tra grida e gare a chi propone il prezzo migliore; porre centinaia di chilometri tra sé e quel mondo gretto, chiuso, senza futuro; non accettare quel destino già segnato ma così lontano dalle proprie corde; lottare per un domani diverso, più colorato, un domani che sappia di sole e di zagare e che, soprattutto, abbia l’odore di Agata e del suo sorriso rosa come certi fiori. Questo è ciò che fortemente vuole Saro, figlio di una Sicilia colorata ma senza certezze, una Sicilia per affrancarsi dalla quale lo studio è l’unica arma da brandire. E Saro studia e pensa al suo futuro, lontano da quel mondo chiuso, in cui la criminalità detta legge ed è l’unica normalità possibile. Tornare. Tornare in quella Sicilia che sa di casa, di adolescenza, di sogni e di innocenza. Tornare per riconquistare fiducia nella vita, quella vita che quando lo decide sa colpire con una violenza inaudita e lascia con tutte le ossa rotte. Tornare perché le promesse vanno mantenute, anche se si è diventati avanzi d’uomo fragili e delicati come vetro, pieni di cicatrici e crepe che non andranno più via. Questo è ciò che vuole un pover’uomo che, partendo dalla stazione di Milano - con uno zaino malconcio che contiene tanta miseria, poche illusioni, alcune lettere ingiallite, uno scampolo di saponetta ed un pacchetto che racchiude il più importante dei suoi segreti - cerca di arrivare, dopo metà della vita trascorsa in carcere, in quell’isola e lo fa arrangiandosi come può. Due storie di ultimi, persone interrotte che non hanno tuttavia smesso di credere nell’amore, quell’amore che arde allo stesso modo nei sogni di un giovane adolescente e nel cuore di un uomo distrutto e vinto dagli schiaffi del destino. Due vite parallele, che si incontrano nell’epilogo sorprendente di una storia bellissima, una storia che racconta di miseria e di fiducia, di giudizi e di promesse; una storia narrata senza sconti ma con garbo e delicatezza. Un esordio letterario davvero promettente per Valentina Morelli (che ha trovato il titolo del suo romanzo in un verso di una poesia di Cesare Pavese), capace di regalare al lettore protagonisti che non si ha voglia di salutare e che restano addosso, a lungo, anche a lettura terminata.

 


 

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