Un feroce dicembre

Un feroce dicembre

Non si può dire che stessero aspettando a braccia aperte il suo ritorno dall’altra parte del mondo per un’eredità familiare: Mick Bugler è abituato all’ostilità tipica degli abitanti del suo piccolo villaggio irlandese, perciò quasi non sembra far caso all’ambiente minaccioso che gli dà il benvenuto. In fin dei conti, persino la storia degli appezzamenti di terra che compongono il territorio su cui si trovano quelle quattro case in croce è fondata fortemente sulle faide familiari e sui litigi tra le varie famiglie. Il concetto di vicinato lì nasconde ben altri significati. Tutti sanno chi è, quando lo vedono impantanarsi nel fango della campagna a cui non è più abituato. Qualcuno tra quelli che sembrano conoscere sempre i dettagli della vita degli altri, azzarda anche raccontare di fortune e ricchezze ottenuti in anni di lavoro in Australia. Forse questa volta i pettegoli hanno ragione, a guardare bene quell’uomo ben vestito su quel suo trabiccolo mai visto, se non nei film western. Lui sul trattore, mentre gli altri, più simili a spaventapasseri zappano la terra ancora con le loro mani. La differenza è tanta e sembra anche giustificare le altre voci, quelle per cui sia un uomo dalla conquista facile. Tutto questo è giunto anche alle orecchie di Breege Brennan, la sorella di Joseph, il vicino poco cordiale di Mick; la donna, abituata ad una vita poco mondana e aggrappata alla terra, non può certo aspettarsi che la sua vita cambierà, dopo quel ritorno...

Ci sono tutti gli elementi cardine della scrittura e della narrativa della grande scrittrice irlandese, che qui, come in molti altri suoi romanzi, vuole raccontare il suo paese, non quello però della capitale, Dublino, ma quello più autentico e sporco di fango dei villaggi sparsi dell’Irlanda occidentale, di cui Cloontha è un ottimo esempio. La storia d’amore al centro del libro si muove con difficoltà nelle paludose strade fatte di soprusi e violenze familiari, lotte intestine e rapporti faticosi, che spesso trovano soluzione solo all’interno delle aule di un tribunale. Il finale dimostra, una volta di più, che non vi può essere speranza per due amanti che si ritrovano a seminare il loro amore su un terreno aspro e scosceso (un vero e proprio assioma fin dai tempi shakespeariani degli amanti tragici per eccellenza, Romeo e Giulietta). La O’Brien decide di disseminare il suddetto terreno di massi insormontabili, come la follia, presunta o verificata, e l’odio ingiustificato e fondato su incomprensioni passate. Le descrizioni del mondo rurale in cui si svolgono le vicende drammatiche di Mick e Breege sono poetiche e in linea con i panorami a cui è affezionata l’autrice, ma a tratti contribuiscono ad appesantire il procedere narrativo, di suo già poco fluido, che non scorre leggero ma si ritrova in alcuni punti impantanato esattamente come il trattore del protagonista.



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