Un giorno verrà

Serra de’ Conti, provincia di Ancona, primi anni del Novecento. Dei Ceresa in paese “si diceva che i corvi mangiassero a tavola con loro”. Per Luigi Ceresa, fornaio, gli affari vanno male, c'è sempre meno lavoro per la bottega, i suoi figli continuano a morire uno dietro l’altro. Luigi e la moglie Violante hanno perso la figlia maggiore. Poi anche la minore, Adelaide, si è ammalata. Ora è il turno di Antonio, l’unico figlio buono. Gliel’hanno ammazzato come un animale mentre coglieva una mela nel frutteto di Sante. Resta ai Ceresa Lupo, “scuro di pelle e di occhi”, cocciuto, indomabile, anarchico come il nonno paterno, il ragazzo col nome da bestia che con una bestia, un lupo salvato sugli argini del fiume Misa, si accompagna. E resta Nicola, il figlio più inutile, debole e silenzioso, “quasi trasparente”. Così diverso da loro, con quei capelli biondi e fini, gli occhi grigi, la pelle bianchissima. Un “ragazzo di mollica”, pauroso, braccia molli e non adatte per il lavoro e la fatica. Luigi pensa che sarebbe meglio farlo prete come Don Agostino. Ma Lupo non vuole questo per il fratello. Lupo, che non è adatto per studiare, lavorerà per mandare Nicola a scuola. “Nessuno darà Ninì al prete” finché lui sarà presente, nessuno spezzerà il legame viscerale tra i due. Nel frattempo, un altro dramma va svolgendosi nel convento che domina Serra de’ Conti dalla cima della collina. Suor Clara osserva il cortile dove una volta c’era la limonaia, ora essiccata. È lo stesso che pian piano sta accadendo al monastero. Vogliono sopprimerle, mandarle via una dopo l’altra. Ma lei non si sottometterà. Lei, che un tempo si chiamava Zari, sottratta alla sua casa in Sudan, venduta come schiava. Lei, un tempo bambina indisciplinata e testarda, ora badessa del convento. Tutta Serra de’ Conti conosce e venera “il volto di ferro di Suor Clara che tutte protegge, tutte punisce, tutte nutre, tutte fa digiunare”…

La scintilla che dà vita a Un giorno verrà, secondo romanzo di Giulia Caminito, è uno spunto autobiografico. L’autrice prende difatti le mosse dalle proprie radici – come già aveva fatto nella sua prima prova, La Grande A –, per la precisione dalla figura del suo bisnonno materno, l’anarchico Nicola Ugolini. L’idea di scrivere “un libro sugli anarchici marchigiani, un libro su Nicola Ugolini e su quelli che come lui ci avevano creduto” le consente di aprire uno squarcio sul primo Novecento italiano e sul brulicante, piccolo universo del paesino di Serra de’ Conti. Il romanzo ripercorre gli anni febbrili delle agitazioni popolari e delle lotte contadine, delle espropriazioni e dell’anarchia militante, punta la lente sulla Settimana rossa del 1914, sull’impresa libica e sulla Grande Guerra, sul flagello della febbre spagnola, sulla clandestinità e la migrazione oltreoceano. Una rilevante porzione di Storia contemporanea incontra la storia più piccola, quella di Serra de’ Conti, dove ancora agli albori del nuovo secolo “era la terra a comandare” sui destini degli uomini. Storia che, a sua volta, ramifica in vicende infinitesimali, di terrena ingiustizia e di tenace rivalsa. Tra milioni e milioni di volti spesso invisibili trascinati dalla Storia grande e tra coloro che ad essa hanno opposto la propria strenua resistenza la Caminito pesca i suoi personaggi, dando loro un’identità forte e definita, ispirandosi a personalità realmente esistite – come la carismatica, indomita figura di Suor Clara, la “Moretta”, al secolo Suor Giuseppina Benvenuti, ancor prima Zeinab Alif, la cui statua tutt’ora domina il cortile del monastero di Serra – e creando da zero personaggi e legami dai tratti vivi, palpitanti e contraddittori, tali da mettere quasi in secondo piano la parte più propriamente “storica” della narrazione. Gli uomini e le donne di Un giorno verrà sono gli ultimi, imbrigliati nelle maglie della Storia. I mezzadri sfruttati, i soldati mandati al fronte come carne da macello, le monache rinchiuse contro la propria volontà. La stessa famiglia Ceresa, simbolo di una realtà paludosa, apparentemente immodificabile. Ma alcuni sono incapaci di arrendersi al fluire delle cose. Come Lupo e la Moretta, che la stessa autrice definisce nella postfazione “due perfetti opposti, due mondi perduti, due nostalgie”, spinti da due credo opposti eppure in un certo senso affini. Come Nicola, il ragazzo sbagliato e inadatto alla vita, che troverà una necessaria, dolorosa metamorfosi per sopravvivere alle spinte della Storia. I personaggi di Un giorno verrà sono combattenti, sono davvero anarchici. Dove per anarchia si intende volontà di giustizia, libertà, fede nella promessa – o certezza – di un futuro diverso, migliore. Non una parola casuale o di troppo nella prosa ruvida, a tratti viscerale e allo stesso tempo poetica della giovane scrittrice romana, il cui stile si riconferma qui di una semplicità studiata e ricca, mai pesante, in grado di cogliere le minime variazioni e di incamerarle in un’immagine, di rendere conto delle complessità con pochi, attenti tratti.



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