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Un grande gelo

Un grande gelo
A Reykiavìk è metà gennaio. ll vento dell'Artico schiaffeggia i palazzoni di un caseggiato popolare, uno strato compatto di ghiaccio copre il terreno dei cortili, un paio di altalene malridotte e uno scivolo arrugginito vegliano muti sul cadavere di un ragazzino di circa dieci anni, riverso su una pozza di sangue gelato. Indossa un giubbotto col cappuccio e dei pantaloni mimetici, ha i tratti del viso vagamente orientali, ed è stato accoltellato allo stomaco. Le prime sommarie indagini degli investigatori islandesi guidati da Erlendur Sveinsson chiariscono l'identità del ragazzino: abitava a pochi metri di distanza, si chiamava Elias (ma tutti lo chiamavano Elli) ed era figlio di un'immigrata thailandese - operaia in una fabbrica di caramelle - e di un manovale islandese, separati da tempo. La donna, comprensibilmente sconvolta, deve affrontare un'altra emergenza: infatti il fratello quindicenne di Elli, Niran - al 100% filippino e molto meno integrato del fratellastro minore - è introvabile. Anche lui caduto vittima dell'ignoto assassino? O in qualche modo coinvolto nell'uccisione di Elli? Mentre Sigurður Oli, ex allievo dello stesso istituto scolastico frequentato dal ragazzino, indaga su alcuni insegnanti dalle idee xenofobe e dai comportamenti violenti ed Elínborg si occupa invece di interrogare i vicini di casa e le famiglie dei compagni di scuola, Erlendur Sveinsson segue la pista familiare scavando nei rapporti tesi e complessi che hanno portato alla separazione dei genitori di Elli...

Nemmeno la fredda e remota Islanda è immune dal contagio del razzismo e della xenofobia, che come altrove in Europa nasconde il suo volto schifoso dietro al buon senso, all'amore per le tradizioni, al bisogno di sicurezza, alla difesa del lavoro e del commercio locali. E l'immagine così 'liberal' di sé che la società islandese ama dare non è poi così rispondente alla sua essenza profonda, alla realtà che si respira sui marciapiedi (ghiacciati, manco a dirlo) ogni giorno. A ricordarcelo è il quinto romanzo della saga dei poliziotti islandesi firmato Arnaldur Indriðason pubblicato in Italia, per il resto abbastanza deludente. Innanzitutto c'è una vivida sensazione di déjà vu: i richiami a Il senso di Smilla per la neve sono infatti numerosi, soprattutto nella prima parte del libro (in quel caso come qui al centro del plot c'era l'omicidio di un bambino, anch'esso figlio di un'immigrata - in quel caso inuit) ma se nell'immenso romanzo di Peter Høeg dall'incipit si dipartiva una trama visionaria e ricchissima di colpi di scena, qui si procede abbastanza stancamente verso un finale a bassa intensità che non può non deludere i tanti fan di Indriðason ormai piacevolmente abituati dai capitoli precedenti della saga al fine disincanto che traspare dal raccontare dell'autore islandese, al suo stile asciutto ma gravido di emozioni, alla tormentata vita familiare e sentimentale dei protagonisti delle sue storie. Tutti ingredienti che non ci si può facilmente rassegnare a perdere e che auspichiamo tornino con forza nel prossimo libro.

Leggi l'intervista a Arnaldur Indriðason