Un inutile delitto

Un inutile delitto

La prima volta era stato un cigno: lo splendido animale aveva allungato il collo, si era alzato in volo e lei aveva sentito distintamente le parole “Non sei normale! E non lo sarai mai!”. Rosemary aveva solo sei anni, e quando lo aveva raccontato a sua madre si era sentita rispondere “sei proprio come tua nonna. Hai il dono!”. La nonna, quella che diceva di essere una strega. Dodici anni dopo sarebbero stati i piccioni a tubare fuori dalla finestra, invitandola a buttarsi sotto un treno, dopo quell’ultima telefonata con la mamma, moribonda. E così era finita ai Pioppi, in manicomio, dove aveva conosciuto Mandy, che vi si era fatta ricoverare dopo un esaurimento, ma che trovava sempre il modo di ridere, piena di gioia e di una voglia di vivere contagiosa. Erano diventate amiche, erano uscite dalla struttura, avevano vissuto insieme per un po’, e dopo qualche anno si erano ritrovate a Londra: Rosemary, bambinaia dei figli di Lady Jane, con in tasca un diploma conquistato al prestigioso Norland College, aveva scritto una splendida lettera di referenze grazie alla quale Mandy era stata assunta da Lady Katherine Morven per fare da tata a James, dieci anni, e a Pamela, un anno. I Morven erano separarati: Dickie, il conte, affascinante quanto enigmatico, sulla soglia dei quaranta, giocatore d’azzardo per vocazione, con un debole per l’alcol, aveva lasciato Katherine, labile e apparentemente sempre sull’orlo di una crisi di nervi (“Papà ha chiamato mamma Stronza Nevrotica Venuta dall’Inferno”, aveva riferito puntualmente James a Mandy), e faceva sorvegliare l’abitazione da detective privati che non tentavano neppure di celare la propria indiscreta presenza, per raccogliere prove sull’incapacità della Lady di badare ai propri figli, ed ottenerne così la custodia. Le voci avevano taciuto per anni. Fino a quella sera: Rosemary era in cucina a lavare i piatti, quando nella finestra della cucina le erano apparse, all’improvviso, nitide, le scarpe blu di Mandy. Vuote. E nella testa le era risuonata, distinta, la voce di Mandy, che dolcemente la chiamava per nome, e le chiedeva aiuto, accompagnata da un dolore lancinante, e da un urlo…

Dopo Il talento del crimine, Jill Dawson, inglese originaria di Durham, poetessa, scrittrice, sceneggiatrice, giornalista, insegnante di scrittura creativa, torna sugli scaffali delle librerie con un romanzo liberamente ispirato al cosiddetto “scandalo Lucan”, che nel 1974 occupò per mesi le pagine dei tabloid britannici e che vasta eco ebbe presso l’opinione pubblica nei decenni successivi. Alle 21 del 7 novembre, Sandra Rivett, bambinaia dei figli di Richard Bingham, settimo conte di Lucan, e di sua moglie Veronica, si recò nelle cucine nel seminterrato della ricca dimora nel quartiere di Belgravia ove vivevano la Lady e i due bambini, per preparare un tè. Il conte aveva lasciato la consorte due anni prima e stava spendendo migliaia di sterline nel tentativo di sottrarle la custodia dei figli e nella causa di divorzio. Sandra non sarebbe mai uscita da quel seminterrato. Quando Veronica, chiedendosi come mai la tata tardasse, andò a cercarla, venne aggredita sulle scale che conducevano alle cucine dal marito, e picchiata selvaggiamente: riuscì a divincolarsi, fuggire, dare l’allarme. Il corpo di Sandra, con numerose ferite alla testa, fu trovato parzialmente infilato in un sacco, in un abortito tentativo di occultamento di cadavere. Il conte scomparve nel nulla dopo l’omicidio, lasciando la sua auto nei pressi di Newhaven, piccolo porto costiero sulla Manica. Nella sua auto vennero rinvenuti un tubo di piombo ricoperto da cerotto e numerose macchie di sangue. L’ipotesi è che Lord Lucan si fosse introdotto nella sua vecchia dimora per uccidere la moglie, le avesse teso un agguato nell’oscurità, e avesse finito con l’uccidere la bambinaia per un tragico scambio di persona. In Un inutile delitto (in originale The Language of Birds) l’autrice tratteggia i personaggi - non solo quello di Mandy/Sandra, a cui il romanzo è dedicato - ed i loro percorsi evolutivi individuali con quella cura e quella profonda partecipazione empatica che ormai ne identificano la peculiare cifra stilistica. La narrazione in prima persona (la voce è quella di Rosemary, detta Rosy, amica di Mandy, a cui l’autrice dona sfumature di lacerante autenticità) si alterna al racconto in terza, con pagine dalla scrittura fluente e dai risvolti a tratti poetici. Non c’è ricerca di suspense: la scrittrice rifugge da ogni facile tentazione di utilizzare la dolorosa vicenda per riproporre collaudati cliché: “…le persone […] preferiscono un’altra storia. La storia in cui la donna è troppo sexy o troppo pazza o ha un amante. Apprezzano persino le storie in cui la donna è l’assassina, e non si rendono conto di quanto questo sia raro. Amano le storie in cui lei è la bugiarda, la cattiva madre, l’egoista, la squilibrata. In ogni caso è sempre colpa sua”. Al centro del racconto c’è Mandy, giovane donna che riesce a non restare imprigionata nelle spire dolorose del proprio passato, la sua sensibilità, la sua conquista di una sempre maggior consapevolezza e la precoce, insensata, brutale interruzione di quel cammino. C’è una riflessione acuta e amara su classismo e misoginia, sulla violenza cieca che si abbatte sulle donne, spesso perpetrata da chi vive loro accanto, i cui segnali premonitori sono spesso sminuiti, quando non del tutto ignorati, sulla strutturazione delle personalità in ambienti familiari disfunzionali. C’è la voglia di spegnere i riflettori sulle speculazioni morbose che si sono rincorse per anni, alimentate dallo status sociale dell’omicida e dal contesto di nobiltà decaduta in cui il delitto era stato perpetrato, e riportare in primo piano la vera vittima, per ridarle, se non giustizia, almeno dignità.

LEGGI L’INTERVISTA A JILL DAWSON



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