Un messaggio dagli spiriti

Un messaggio dagli spiriti

Negli ultimi quattro giorni su tutta l’Inghilterra è caduta tantissima neve, fino a raggiungere intorno alla zona di Dartmoor l’altezza di più di un metro. Il villaggio di Sittaford, posto più in alto e già di solito fuori dal mondo, è completamente tagliato fuori da tutto il resto. Ma il maggiore Burnaby, in pensione ma ancora in ottima forma, non è certo il tipo da farsi scoraggiare dalle intemperie e, indossati gli stivali di gomma e il pastrano militare, è arrivato puntuale a Sittaford House dove è stato invitato per il tè con altri vicini dalla signora Willett e da sua figlia Violet. In realtà l’elegante dimora è di proprietà del suo buon amico, il capitano Trevelyan della Royal Navy che, per un’ottima cifra assai allettante considerata la sua rinomata tirchieria, ha affittato la sua casa alle due donne, desiderose di trascorrere l’inverno nel Dartmoor lontano dal Sudafrica; uno strano e inspiegabile desiderio quello delle due donne, in realtà, dal momento che la zona è isolata e assai poco mondana. Anche il capitano Trevelyan viene spesso invitato dalla Willett ma l’uomo non ha simpatia per loro e condivide spesso questo pensiero con Burnaby nei loro appuntamenti settimanali, gli immancabili incontri del venerdì e del martedì nelle rispettive case, trascorsi a fare acrostici e cruciverba per partecipare ai concorsi, poiché il capitano ha affittato una casa a Exhampton, a venti chilometri dalla sua proprietà. Quella sera a Sittaford House, oltre a Burnaby, ci sono il signor Rycroft, studioso di ornitologia e di fenomeni psichici, il giovane Garfield che vive nelle vicinanze con la sua anziana zia, e il signor Duke, “un omone grande e grosso, molto taciturno, appassionato di giardinaggio” e un po’ misterioso. Dopo il tè, in alternativa al bridge, Ronnie Garfield propone di fare una seduta spiritica e, nonostante i borbottii dello scettico Burnaby, tutti si dicono entusiasti, nessuno convinto davvero che si tratti di qualcosa di diverso da un gioco divertente. Ma durante la seduta accade qualcosa di imprevisto e non soltanto sembra palesarsi davvero uno spirito ma ha un messaggio per Burnaby che suggestiona e turba profondamente tutti: lo spirito annuncia che il capitano Travelyan è stato assassinato. Il maggiore è sempre scettico ma non riesce a stare tranquillo, decide quindi di sfidare la tormenta e, in mancanza di una linea telefonica funzionante, decide di andare a controllare a casa del suo amico. Due ore e mezzo dopo Burnaby suona il campanello della villa affittata dal capitano ma non risponde nessuno. Seriamente preoccupato convince la polizia ad entrare e trovano l’uomo che giace bocconi sul pavimento al pianoterra, accanto il sacchetto di sabbia con il quale è stato violentemente colpito alla testa e ucciso. Secondo il medico legale la morte risale a circa due o tre ore prima. Burbaby è sconvolto, corrisponde all’ora indicata dallo spirito…

Risale al 1931 la prima edizione di questo romanzo, giunto in Italia nel 1935 con una traduzione di Tito N. Sarego condizionata dal clima politico fascista che manipola il testo inventando dialoghi e interi passi, cosa che accadeva abbastanza abitualmente. Quella che leggiamo oggi, però, è naturalmente una traduzione diversa e fedele al testo. In Un messaggio dagli spiriti non troviamo né Hercule Poirot né Miss Marple, i famosi personaggi protagonisti di molte acute investigazioni, ma il romanzo, uno dei più noti, appartiene a quelli nei quali a sbrogliare la matassa sono investigatori dilettanti, in questo caso il giovane e ambizioso giornalista Charles Enderby e la spregiudicata intraprendente scaltra e determinata Emily Trefusis, fidanzata di James Pearson, uno dei nipoti del morto che sembra essere il maggior indiziato. I due fanno un patto, lui aiuta lei a cercare il vero assassino per dimostrare l’innocenza di James a cui lei crede assolutamente e, in cambio, può pubblicare sul suo giornale le interviste alle persone coinvolte nel caso. Naturalmente c’è la polizia che indaga, ma l’ispettore Narracott appare quasi marginale nella storia e dovrà molto alla ragazza che, con i suoi modi spicci, porta allo scoperto gli scheletri o i segreti che quasi tutti i personaggi celano, non necessariamente legati all’assassinio del capitano ma sufficienti a rendere tutti sospettabili. Questo svincolarsi dal detective per sostituirlo con il dilettante è considerato – dice nella interessante prefazione Alex R. Falzon – un segno della maturità stilistica di Agatha Christie, un modo per allontanarsi dalle regole rigide del giallo classico all’inglese. La stessa considerazione si può fare riguardo il fatto che questo romanzo “si concentra su di un unico filo conduttore, approfondito in ogni sua minima implicazione per poi creare una serie di ‘piste false’ con cui divertire, o infuriare il lettore”. Altra eccezione che Falzon evidenzia è nel ruolo che ha qui il paesaggio, “eccezionale e denso di richiami” per esempio letterari; è infatti certamente ispirato alla medesima ambientazione de Il mastino dei Baskerville di Conan Doyle (ma sono tanti gli elementi comuni tra i due romanzi) autore di riferimento per Christie. Inoltre la brughiera – per giunta resa più desolata dalla neve abbondante, usata dall’autrice come “elemento terrificante” – di Dartmoor nel Devon e la presenza della austera prigione erano elementi piuttosto suggestivi per gli inglesi dell’epoca. Come lo erano, in aggiunta, le leggende locali abbastanza inquietanti che costituiscono un elemento importante nel romanzo di Conan Doyle e che invece non sono presenti in quello di Christie, che pure non rinuncia all’elemento sovrannaturale. Doyle, per altro, è autore assai incline all’esoterico; per Agatha Christie, invece, - e questo è un altro primato del Messaggio – questa è la prima volta che vi fa ricorso - il riferimento è naturalmente alla seduta spiritica - ma non sarà l’ultima. Si tratta, nel complesso, di un romanzo dalla ambientazione assai affascinante e suggestiva, un bel giallo classico nel quale il ragionamento conduce alla soluzione, in cui è tutto il contorno che avvince, si può dire quasi più della conclusione vera e propria, una indagine in cui, attraverso false piste, si giunge ad individuare l’assassino che è il più improbabile, come capita spesso nei libri di questa autrice. Presenta anche una vena di rosa, che in realtà Christie non amava molto, anche questa dettata dal modello del romanzo classico inglese. Il fatto che l’azione si avvii rapidamente fin dai primi capitoli, anche grazie all’elemento sovrannaturale che aggiunge un pizzico di fascino in più, è un altro pregio del romanzo e una “stranezza” in un suo romanzo. Infine, un paio di curiosità su questa lettura molto invernale, da godersi in una serata fredda sul divano con una copertina. Quando nel 1926 Agatha Christie scomparve misteriosamente per dieci giorni in circostanze che lei non ha mai chiarito del tutto, sir Arthur Conan Doyle portò un suo guanto da una medium in cerca di aiuto; si è ipotizzato che questo possa aver suggerito l’espediente della seduta spiritica nella storia. Esiste, poi, un film tv del 2006 con Timothy Dalton, nel quale però il romanzo è rimaneggiato in modo da potervi inserire Miss Marple.

 


 

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